C’è un punto in cui il turismo smette di essere una risorsa e comincia a modificare la natura stessa dei luoghi e Castello, il quartiere più alto e più antico di Cagliari, sembra trovarsi proprio su questo confine. Nato in epoca pisana, a partire dal XIII secolo divenne il cuore fortificato della città: mura, torri, palazzi nobiliari, sedi del potere civile e religioso e ancora oggi la Cattedrale, affacciata su piazza Palazzo, domina quello che resta uno dei luoghi più importanti del quartiere e dell’intera cittá di Cagliari.
Le conseguenze
Ma che cosa accade quando un quartiere storico diventa soprattutto una destinazione turistica? E quando il turismo finisce per incidere persino sulla funzione di un luogo religioso? È questo uno degli aspetti forse meno raccontati dell’overtourism, quello sul quale invita a riflettere monsignor Alberto Pala, parroco della Cattedrale di Cagliari. Perché il problema, spiega, non riguarda soltanto il numero dei visitatori, il traffico, i rifiuti o le case trasformate in strutture ricettive. Riguarda anche il significato e valore stesso dei luoghi. «La parola chiesa vuole dire comunità», dice Pala. «Nella Cattedrale arrivano ogni giorno tanti turisti e alcuni cercano anche un sacramento», ma proprio qui, secondo il parroco, si configura una contraddizione. «Vengono tanti turisti e questo è più che comprensibile dato che la Cattedrale è un luogo molto importante, ma loro spesso vogliono solo un sacramento. La comunione. Ma noi, come chiesa, non dispensiamo sacramenti “self-service”, noi vogliamo costruire comunità, questo è il senso della chiesa: unire», spiega il parroco.
L’effetto collaterale
«Questo turismo massificato porta spesso con sé anche persone che non hanno rispetto dei luoghi sacri. Quando andiamo all’estero, in un Paese con una religione diversa dalla nostra, abbiamo rispetto per la religione altrui e per chi, dentro una chiesa, sta pregando. Oggi invece molte persone visitano le chiese non più come luoghi spirituali, ma come se fossero musei. Non conta essere credenti o non esserlo: conta avere attenzione per i luoghi di culto, che non possono essere snaturati e ridotti a semplici attrazioni turistiche». Una riflessione che sembra oltrepassare i confini della parrocchia, quella di monsignor Pala, perché una chiesa non è soltanto un monumento da conservare o una tappa da aggiungere all’itinerario di una giornata. È, o perlomeno dovrebbe rappresentare, un luogo di aggregazione, di relazione, di appartenenza.
La considerazione
«Questo è un turismo, mordi e fuggi che non credo giovi a nessuno, soprattutto a lungo termine», afferma Pala. E aggiunge: «Molte palazzine storiche appartenute alle famiglie del quartiere sono state trasformate in case vacanza. Le persone vorrebbero vivere qui, ma con le lacrime agli occhi devono scegliere altri quartieri o andare a vivere nei paesi». Perché? «Qui purtroppo non ci sono abbastanza servizi: una banca, le poste, un tabacchi. Resiste la farmacia». E poi: «Nel quartiere c’è anche un problema spazzatura. Abbiamo degli operatori ecologici veramente bravissimi, ma nonostante il loro impegno i problemi persistono». Mancano inoltre bagni pubblici adeguati a sostenere il flusso dei visitatori. Il risultato è un quartiere sempre più improntato al turismo, come anche la Marina, Stampace e Villanova: pieno in determinati momenti della giornata e dell’anno, vuoto appena il flusso, soprattutto dei croceristi, si interrompe. «Spero in una inversione di marcia», afferma. Come sarà il domani? «Questo quartiere diventerà morto tra trent’anni se continuiamo così. E noi, cosa ne faremo? Magari un museo vuoto in cui si può entrare solo in certi orari?».
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