Quasi un girone infernale dove i pazienti sanno a che ora entrano ma non quando usciranno o quando potranno essere ricoverati. Succede al pronto soccorso dell’ospedale di San Gavino con attese che superano anche i due giorni come è successo a un paziente di 78 anni. «Mio padre – racconta Claudia Fiore – è stato portato in ospedale con l’ambulanza sabato alle 17.30 ed è stato ricoverato solo lunedì notte alle 23 in Chirurgia. Mio padre è arrivato con la febbre alta e una probabile infezione (è portatore di urostomia). Al pronto soccorso è stato accolto dopo 3 ore perché purtroppo c'erano molte persone in coda, un solo infermiere e un solo medico di guardia all'interno. Ha passato un’intera notte su una poltrona (ha scoperto dopo che si poteva reclinare), poi gli è stata affidata una barella. Prima del ricovero ho dovuto cambiare la sacca di urostomia perché purtroppo tra il personale presente nessuno di loro è stato capace di fare questo cambio. Il personale, nonostante la grande umanità e professionalità, è scarso e sovraccarico di lavoro. Le persone sono pressate come sardine e nel mentre erano in corso i lavori per abbellire le pareti con immagini che rappresentano il mare e la macchia mediterranea. Così mentre non ci sono i soldi o i fondi per acquistare barelle, letti e assumere personale si sta pensando a questi abbellimenti non essenziali. Mio padre è rimasto per oltre due giorni ostaggio del pronto soccorso, due giorni in attesa senza la possibilità di essere lavato e siamo stati noi familiari a recuperare il cibo. Al massimo arrivava qualche panino dagli altri reparti. Manca il personale sanitario e penso che costruire un nuovo ospedale non serve a niente se non si fa funzionare bene quello esistente e non spendendo i soldi dei cittadini in stupide fotografie. Ora segnalerò l’accaduto alla Asl».
La Asl in una nota esprime «comprensione per il disagio vissuto dal paziente e dai suoi familiari. Siamo consapevoli che i tempi di attesa e le condizioni di permanenza in Pronto Soccorso possano risultare particolarmente difficili, soprattutto in situazioni di forte afflusso, che sono nella costante attenzione dell’azienda». Entrando nel merito della vicenda la Asl precisa che «il paziente risultava autosufficiente e aveva già programmato un consulto specialistico. Non essendo disponibili in pronto soccorso tutte le tipologie di presidi presenti sul mercato, si è concordato con i familiari l’utilizzo del materiale personale: la collaborazione della figlia - nel cambio della sacca - è avvenuta in accordo con il personale sanitario».
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