Per venire in Sardegna si è messo a studiare. Con profitto, perché ha scoperto che il canto a tenore è «una cosa meravigliosa». Lo ha colpito: «quattro voci distinte, ciascuna con le proprie caratteristiche, e, a chi ascolta, pare ne arrivi una quinta, che non esiste». L’armonia nasce nella differenza, commenta Nicola Donti, tra i filosofi più noti al grande pubblico, ospite della XXVI edizione del festival “Musica sulle Bocche“, diretto da Enzo Favata. A Castelsardo, oggi, domani e dopo, nell’Interno Sala XI in via Guglielmo Marconi 24, alle 11 in ciascuna delle tre giornate, il professore di Filosofia della scienza e del linguaggio all’Università di Perugia terrà l’incontro “Fuori Tono. Elogio filosofico della stonatura e del silenzio”.
Una lezione di filosofia dentro un festival musicale: che ci fa?
«La musica e la filosofia condividono la parola armonia. Ed è curioso: essa non nasce nel canto, ma nella carpenteria. Nell’Odissea le armonie sono i giunti con cui Odisseo tiene insieme le travi della zattera: una giuntura, non una fusione. Eraclito diceva: “ciò che si oppone converge“ e “dal disaccordo nasce l’armonia“. Come quella dell’arco e della lira, che è tensione, non quiete. Se togli la tensione, la corda non suona».
Lei parte da una provocazione: l’armonia non è assenza di disaccordo. In musica funziona, e nella quotidianità?
«Funzionerebbe, se sapessimo come fare. Pensiamo alle coppie. Mia nonna, che sapeva poco di Nietzsche e molto di vita, diceva che “l’amore senza baruffa fa la muffa“. Il conflitto, quando trova la sua ricomposizione, è sinonimo di vita. Una coppia che non litiga non testimonia vitalità, ma apatia. E vale per ogni relazione: una società cresce grazie alle diversità che integra, non a quelle che esclude».
Il disaccordo spesso sconfina nel litigio e per evitare il litigio finiamo per rinunciare al disaccordo. Si può imparare a litigare bene?
«Sì, a una condizione: non personalizzare, distinguere il motivo del litigio dalla persona con cui si litiga. Dire “sei tu che sei sbagliato“ è altra cosa da “è sbagliato quello che hai fatto“: ciò che abbiamo fatto possiamo cambiarlo, su ciò che siamo possiamo poco».
La rabbia può essere una risorsa?
«La rabbia mobilita un’energia utile finché è diretta contro un argomento, ma diventa un pericolo se si rivolge alle persone. La rabbia che esprimiamo contro gli altri torna indietro moltiplicata».
Viva la diversità finché non dobbiamo viverci accanto. Che cosa ce la rende difficile da sopportare vista da vicino?
«Nella pratica bisogna fare i conti con un’altra visione delle cose. Relazionarsi con coloro che stanno al mondo in un modo differente dal nostro ci costringe a metterci in discussione, sospendere il giudizio. Possiamo accogliere la diversità solo se c’è spazio dentro di noi. Fare spazio costa fatica, perché dobbiamo disfarci dei pregiudizi. Come diceva Bergonzoni, bisognerebbe fare voto di vastità».
Accettare o tollerare: qual è il verbo più congeniale alla convivenza?
«Accettare. La tolleranza è una sospensione momentanea del rifiuto. Accettare, invece, vuol dire integrare. È diffusa la convinzione che per accogliere l’altro si debba rinunciare a sé stessi: non è vero, sarebbe ingiusto. Solo il più grande può accogliere il più piccolo».
In un tempo in cui tutti devono dire la propria, come si impara a fare silenzio?
«È difficilissimo. In un mondo iperconnesso far sentire la propria voce è considerato un sinonimo di intelligenza. Al contrario, per me intelligere vuol dire saper tacere. Se non ricordo male, è stato Heidegger a dire che il silenzio non è assenza di voce: la voce si ritira perché un’altra possa esistere».
Si può stonare senza venire esclusi?
«Sì, a patto che chi ha il potere di escluderci sappia riconoscere nella stonatura una possibilità. Un po’ come avviene per l’errore. Nella “Grammatica della fantasia“, Rodari diceva che un errore si può correggere oppure esplorare. Per scoprire altri mondi possibili».
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