«Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione». Valter Lavitola parla per oltre cinque ore davanti al gip di Roma e ammette di essere lui il mandante dell'attentato al conduttore di Report, nell'ottobre dello scorso anno. Un interrogatorio di garanzia in cui l'imprenditore offre una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la Procura dovrà approfondire. A partire dalla risposta che il difensore Sergio Cola dà ai giornalisti, quando gli viene chiesto se Ranucci, che per gli inquirenti resta la vittima, fosse a conoscenza del progetto di Lavitola: «Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo solo quello che posso».
La posizione
In un ufficio del carcere di Rebibbia dove si trova detenuto da lunedì scorso, il 60enne non si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha affrontato le domande del giudice, alla presenza dei pm della Dda di piazzale Clodio, confermando sostanzialmente l'ipotesi accusatoria. Ma specificando che «non esiste alcun movente politico» dietro l'azione dinamitarda del 16 ottobre del 2025. «Ho fatto tutto ciò – ha detto l'indagato, secondo quanto ha riferito da Cola al termine dell'interrogatorio – per tutelare l’incolumità di Ranucci e fargli innalzare la scorta».
Lo scenario
Lavitola, titolare del bistrot Cefalù, dove Ranucci cenava spesso, ha fatto piazzare quell'ordigno, composto da gelatina da cava, «a fin di bene». Parlando con il gip, l'indagato ha ricordato che all'epoca dei fatti «Ranucci aveva una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori erano pericolosissimi, secondo Lavitola, dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo».
Gli attacchi
Una versione che «lascia sgomenti» e «conferma il delirante teatro della follia», è il commento di Roberto De Vita, legale del giornalista: «Ranucci ha già la scorta ininterrotta dal 2021 e la sua popolarità è già da tempo elevatissima». Quindi, «se il movente è quello, si colloca tra l'inutile e il rassicurante. Ovviamente, un conto è la confessione, altro la valutazione della credibilità» di Lavitola. Ora il verbale sarà analizzato dai pm coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi. Ranucci resta parte offesa ma alla luce delle dichiarazioni rese dall'imprenditore non è escluso che nelle prossime settimane possa essere convocato nuovamente in Procura. Per chiarire non solo delle parole di Lavitola ma anche su quanto accertato nelle ultime settimane, anche grazie all'analisi del cellulare dell'ex editore dell'Avanti!
Le indagini
Per i magistrati, il movente dell'attentato resta legato al progetto che da tempo Lavitola coltivava per Ranucci. «In due anni diventi presidente» del Consiglio, gli diceva in chat. Una ambizione che nei mesi successivi all'attentato ha vissuto un colpo d'acceleratore, con Lavitola pronto a commissionare un sondaggio. Un quesito su cui anche Ranucci era stato coinvolto – oltre a due giornalisti – segnalando a Lavitola anche alcune migliorie da inserire. Intanto la Procura chiederà l'estradizione di Gomes Tavares, il camerunense tuttofare di Lavitola e attualmente latitante. Avrebbe fatto da intermediario con la banda che ha sistemato la bomba.
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