L’incontro.

La libertà, un affare di famiglia L’eredità di Luca Bianchini   

Tra cous cous e Mina, l’epopea dimenticata dei siciliani a Tunisi 

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Questa sera alle 20 alla Biblioteca Comunale a chiudere la prima giornata di “Letherario”, festival letterario di Assemini giunto alla sua terza edizione, sarà Luca Bianchini, scrittore, conduttore radiofonico e autore di romanzi diventati anche film di successo, da “Io che amo solo te” a “Nessuno come noi”. Torinese, classe 1970, Bianchini ha costruito negli anni una narrativa capace di intrecciare sentimenti, ironia e storie familiari. Ad Assemini presenterà “Le ragazze di Tunisi” (Mondadori), il romanzo più personale della sua produzione.

Bianchini, chi sono queste ragazze?

«Sono mia madre, le mie zie, mia nonna e le sorelle di mia nonna, che sono vissute a Tunisi perché, all'inizio del Novecento, i siciliani della Sicilia occidentale che non avevano abbastanza soldi per emigrare in America andavano a Tunisi, che era un protettorato francese e quindi garantiva scuole francesi e più occasioni di lavoro. Quindi i miei nonni sono andati là da piccoli, e mia madre e le miei zie sono nate lì finché la Tunisia non si è resa indipendente. Non è stata un'indipendenza traumatica: semplicemente sono stati invitati a lasciare il paese complicandogli la vita».

Era una storia che conosceva.

«Ma non mi ero mai interessato in maniera particolare, perché negli anni ‘70 e ‘80 a Torino, si diceva “è meridionale ma è bravo”. Quindi tra le origini “più nobili” di mio padre toscano e queste strane di mia madre, io rivendicavo quasi solo le prime».

E poi?

«Un giorno che sfogliavamo i vecchi album, dopo la morte di mio padre, mi sono ritrovato davanti a questa storia che conoscevo solo attraverso il cibo, che a casa nostra è sempre stato diverso da quello di tutti quelli che conoscevo, tra cous cous e brik (panini ebrei della tradizione tunisina). Nel cibo c’era il mix della vita che si svolgeva intorno al cortile dove si affacciava la casa di mia nonna, con vicini francesi, maltesi, tunisini… facendo questo viaggio nella loro giovinezza, ho capito mia madre in un modo più profondo, e poi anche il mio carattere».

Che cosa ha scoperto di sé scoprendo questa parte della sua storia famigliare?

«Che il fatto di non avere pregiudizi e nessuno snobismo secondo me me l'hanno trasmesso loro, perché sono cresciute in un mondo multiculturale. E poi il mischiare le cose, il mischiare le carte vuol dire mischiare anche il modo di cucinare. Io sono uno che si diverte a fare le cose con quello che trova nel frigo. E la curiosità: io sono una persona curiosa, e con il lavoro che faccio ancora di più, quindi devo chiedere, fare domande alle persone».

La tavola quindi è stata il luogo della scoperta di quanto piccolo fosse il mondo?

«Sì; per esempio, la famiglia di mia madre festeggiava la fine del Ramadan, la Pasqua ebraica, poi c'era la Pasqua cattolica, la festa maltese… questo ti fa capire che il mondo è molto più vicino di quanto non sembri».

Stiamo parlando di ottant’anni fa, e noi eravamo i migranti verso quella sponda del Mediterraneo da cui oggi arrivano molti disperati. Forse noi eravamo meno?

«Solo a Tunisi gli italiani erano centomila, altroché. Raccontare questa storia ci aiuta a non dimenticarla: ho ritrovato tanti di quelli che sono stati a Tunisi, molti hanno letto il libro, vengono alle presentazioni in lacrime perché alla fine è una storia poco raccontata, forse perché non è stata traumatica. Erano ragazzi con un forte problema identitario: Anna, la protagonista, si chiedeva chi fosse. Era italiana? Siciliana? Francese? In realtà, si sentiva una ragazza di Tunisi: era di origini italiane, battezzata Josephine, di lingua francese. In casa però parlava siciliano».

Una protagonista che la libertà la trova nello studio e nei libri.

«Ci sono due teorie che provengono dalle sorelle: una dice “saremo libere solo quando saremo preparate e studieremo”, l'altra che “saremo libere solo quando impareremo a disobbedire”. Secondo me hanno ragione tutt'e due: essere preparati, studiare e per quanto si può informarsi, ma ogni tanto disobbedire, perché la libertà a volte bisogna andarsela a prendere».

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