A osservare il desolante panorama offerto dalle mappe dello spopolamento della Sardegna non vengono certo in mente alcuni recenti fenomeni, tipici dei paesi più avanzati - che vanno sotto il nome di contro-urbanizzazione - che vedono fasce consistenti di popolazioni urbane spostarsi verso i villaggi rurali, alla ricerca di uno stile di vita più rilassato e di una migliore qualità della vita per sé e per i propri figli. Tali fenomeni stanno arricchendo il panorama rurale di quei paesi, invertendo un trend secolare di spopolamento e abbandono.

Al contrario, nella nostra isola, in assenza di strategie lungimiranti, e complice la persistente situazione di debolezza economica, la fascia di comuni interessati ai fenomeni di spopolamento sembra allargarsi a dismisura: come è facile evincere dai dati degli ultimi censimenti, una larga maggioranza dei comuni sardi ha infatti presentato negli ultimi decenni almeno un episodio di riduzione della popolazione tra un censimento e l’altro. Solo i comuni a corona del capoluogo, la zona di Oristano, le città di Sassari e Alghero e la zona costiera che parte da Dorgali e si estende verso nord sembrano sfuggire a tale destino.

Lo spopolamento è primariamente guidato dall’emigrazione dei giovani, di solito quelli più abili e intraprendenti, che lasciano le aree di origine o per proseguire gli studi verso un livello di formazione superiore che non può essere garantita nei centri di partenza (career aspirers) o in risposta a una mancanza di opportunità nei mercati locali del lavoro, specialmente nelle aree rurali che maggiormente hanno sofferto di un declino economico. Il risultato di tali dinamiche è il sistematico rafforzamento delle aree economiche “centrali” (a livello regionale, nazionale e addirittura internazionale) a discapito di quelle periferiche (escalator region hypothesis) in una spirale perversa che non si riesce a spezzare.

Lo spopolamento del paesaggio rurale genera problematiche complesse in molteplici ambiti di analisi, tutte difficili da affrontare. Le politiche di contrasto messe in campo sinora appaiono largamente sottodimensionate rispetto alla reale portata dei fenomeni in atto e qualche volta sembrano anche soffrire di un’errata impostazione di fondo. Ad esempio, per restare in ambito economico, gli interventi portati avanti – quando non rivolti al mantenimento minimale di presidi sanitari indispensabili e agli interventi di sostegno a popolazioni caratterizzate da elevati indici di vecchiaia e di dipendenza - sembrano troppo spesso indirizzare le poche risorse disponibili verso la nascita di un’imprenditorialità locale, legata allo sfruttamento delle pur enormi potenzialità ambientali, gastronomiche e culturali dei luoghi. Tale approccio, che peraltro si inserisce perfettamente nel paradigma culturale dominante che privilegia le politiche “dal basso” (approccio endogeno) è destinato fatalmente a fallire: almeno fino a quando non si crei dall’esterno una forte discontinuità in grado di elevare le opportunità favorevoli nei mercati del lavoro locali, tali occasioni di sviluppo endogeno non potranno attecchire, guadagnare momentum e portare alla rigenerazione economica dei territori.

Qualcosa tuttavia si muove anche nel nostro paese. In una modalità finalmente sistemica, i ministri Balduzzi, Barca, Catania, Fornero e Profumo, in occasione della presentazione dei principi a guida della Programmazione Comunitaria 2014-2020, hanno recentemente condiviso l’urgenza di costruire un percorso che concorra a ricollocare le “aree interne” al centro della vita e dell’economia del nostro Paese in questa sua difficile fase. Sono chiaramente richiamate non solo le co-responsabilità nazionali in tale azione di rottura - prima di tutto nell’offerta dei pubblici servizi, in particolare nell’istruzione, nella salute e nei trasporti pubblici locali - ma anche le responsabilità dirette, in ambito di misure di tipo fiscale, assicurativo o regolamentari, a creazione di un politica positiva per la nascita e lo sviluppo delle imprese agricole, di servizio e manifatturiere.

Paolo Mattana

Prof. Ordinario di Economia Politica

Comitato Scientifico Centro Studi L’Unione Sarda
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