Da quasi cinque anni l’Europa è attraversata dalla guerra. Qui in Italia, a qualche migliaio di chilometri dal fronte ucraino, facciamo finta troppo spesso di non saperlo. Viviamo il conflitto come fosse uno scontro da talk show o una fiction. In questo nostro tempo un po’ surreale è facile dividersi in schieramenti come si fosse in un videogame o in una puntata di un Amici: riesumare le antiche fazioni, con filo-russi e filo-ucraini al posto dei guelfi e dei ghibellini. È facile credere alle ipersemplificazioni o, peggio, alla propaganda. Intanto il conflitto tra Russia e Ucraina cresce sempre più d’intensità e cambia la vita di sempre più persone. Chi si trova nel mezzo del conflitto, infatti, non può non esserne in qualche modo segnato e questo noi tutti, da lontano - da cittadini di uno Stato che da quasi un secolo non combatte una guerra sul suo territorio - fatichiamo a capirlo. Anzi, non riusciamo a capirlo.

Quello che non capiamo fino in fondo è quanto la guerra cambi le persone nel profondo. Ogni conflitto è accompagnato da dolore, morte, ferite nel corpo e nell’anima. Porta con sé rancore, odio e ancora odio. Questo bagaglio di esperienze è condiviso da tutti, anche se il suo peso non è uguale per tutti. È peso mortifero che accomuna vittima e carnefice, innocente e colpevole, aggressore e aggredito.

Per questa ragione è importante conoscere la guerra, anzi quello che succede alle persone coinvolte in un conflitto. Ma è una conoscenza complessa, forzatamente limitata perché nessuno di noi sa esattamente cosa scatena nell’animo degli esseri umani il tuonare dei cannoni e il sibilare dei missili. Nessuno di noi conosce qual è la soglia di reazione di un uomo o di una donna o cosa realmente si nasconde nella sua natura. Nessuno sa in anticipo cosa deciderà di fare in caso di guerra.

Artem Chapeye, scrittore e giornalista ucraino, dopo l’invasione russa del suo Paese ha scelto di combattere, come racconta nel suo libro “La gente normale non va in giro armata” (Altrecose, 2026, Euro 17,50, pp. 132. Anche Ebook. Traduzione di Alessandro Achilli). Si è sempre ritenuto pacifista e di sinistra. Ma il 24 febbraio 2022 è stato costretto a salire in fretta su una macchina di amici con la sua famiglia per scappare da Kyiv, dove erano iniziati i bombardamenti russi. E nei giorni successivi ha deciso di arruolarsi per difendere il suo Paese, malgrado le diffidenze che ha sempre avuto per i nazionalismi. Le ragioni della scelta: l’Ucraina era il Suo paese, era stato attaccato, c’era in ballo una questione di libertà che riguardava tutti quanti.

Dopo quattro anni di guerra e di fronte Chapeye oggi non riesce a credere che alcuni intellettuali occidentali che sono sempre stati per lui un’ispirazione, e molte persone dei paesi europei, si sottraggano a questa difesa della libertà di tutti. Scrive della sua esperienza di combattente: “Che cosa vuol dire essere ‘stanchi’ della guerra? Che cosa comporta esserlo? Che alternative ci sono? Non voglio addentrarmi ora in un excursus sulla storia ucraina, ma è chiaro quali sono le nostre opzioni. O ci difendiamo adesso, con tutte le perdite che questo comporta, oppure per cento o duecento anni torniamo a essere una colonia dell’impero. Non possiamo scappare tutti da qui. Se ci arrendiamo faranno delle nostre vite quello che vogliono, un po’ come la Cina con gli uiguri. Per il momento ci aiutano con le armi, ma se ci diamo per vinti il resto del mondo al massimo esprimerà la sua ‘profonda preoccupazione’”.

C’è un senso di ineluttabilità e di disperazione nelle parole di Artem Chapeye, C’è una solitudine lacerante, ma dignitosa. Per Artem Chapeye la sua scelta di combattere ha a che fare con la possibilità di poter guardare allo specchio se stessi e di guardare in faccia la propria moglie e i propri figli. Scrive ancora: “A volte gli stranieri mi chiedono se sono ‘stanco’ della guerra. Non lo so. Mi sembra un discorso puramente astratto, teorico, come il ‘pacifismo’ quando ti cadono addosso i missili e le granate. Sia i primi giorni sia adesso, la cosa che sogno di più è ancora che quest’incubo finisca quanto più in fretta possibile. E proprio come al quarto anno di guerra, già il primo giorno non vedevo l’ora di togliermi la divisa per non dovermela mai più rimettere in vita mia. E soprattutto sogno che non debbano mettersela i miei figli quando saranno grandi”.

La gente normale non va in giro armata è, insomma, tutt’altro che un inno all’eroismo o una apologia delle virtù guerriere: è il racconto della vita quotidiana di un europeo costretto alla guerra in questi anni, ma anche una condivisione di riflessioni sulle contraddizioni del pacifismo, del patriottismo, e persino del femminismo vissuto da un uomo. Tutte cose che andranno affrontate quando la guerra sarà finita, dice Chapeye, ma a cui è bene cominciare a pensare da subito.

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