“I grandi del tennis sono spesso conosciuti con il loro nome di battesimo – Roger, Rafa, Serena -, mentre noialtri siamo conosciuti con un numero: quello del piazzamento nel ranking. Molto più che in qualsiasi altro sport, la classifica mondiale determina con chi giochi, dove giochi e quanti soldi guadagni”. Con queste poche parole, prive di ipocrisia e di retorica, Conor Niland riassume la dura vita del 99% dei tennisti professionisti, quelle centinaia e centinaia di atleti che continuano a spostarsi da un luogo all’altro del pianeta alla caccia di punti per migliorare la loro classifica, per poter così partecipare a tornei più importanti e dai montepremi più allettanti. Lavoratori della racchetta che faticano a sbarcare il lunario e che continuano a giocare un po’ per ambizione, un po’ per passione, molto perché hanno cominciato a respingere palle oltre la rete da bambini e non hanno altre prospettive nella vita.

A questi tennisti di “serie B” Conor Niland (oggi capitano della squadra di Coppa Davis dell’Irlanda) ha dedicato un bel libro, Quasi farcela (Mondadori, 2026, Euro 20,00, pp. 264. Anche Ebook), un volume che parte da una testimonianza di prima mano: quella dell’autore, professionista della racchetta per oltre dieci anni, numero 129 del ranking mondiale come massimo risultato. Conor Niland è cresciuto a Limerick ed è stato per molti anni il miglior tennista irlandese, sia da juniores che da professionista. Da giovane ha battuto Roger Federer – e conserva ancora gli appunti del suo allenatore su quel match. In seguito, però non sono arrivati i trionfi sperati.

La sua carriera ha raggiunto l’apice nel 2011, quando è entrato nel tabellone principale di Wimbledon e dello US Open, perdendo entrambe le volte al primo turno. Nel mezzo anni di alti, pochi, e di onesto lavoro da artigiano della racchetta, con qualche occasione di troppo buttata al vento. A sedici anni, Conor Niland è stato scelto per allenarsi con Serena Williams alla celebre accademia di Nick Bollettieri in Florida. Conor, numero uno tra gli juniores irlandesi, aveva nostalgia di casa. Serena, anche lei sedicenne, una casa la possedeva già, proprio accanto a quei campi. Insomma, frequentare la stessa accademia tennistica non cancellava le differenze di status e il tennis non è uno sport fatto per annullare le differenze, anzi…

La copertina (foto Roveda)
La copertina (foto Roveda)
La copertina (foto Roveda)

Con questo memoir, Conor Niland ci introduce nel mondo esclusivo del tennis professionistico: un universo in cui poche decine di top player super-ricchi – che viaggiano scortati da grandi entourage – dividono la scena con il restante 99% dei giocatori: tennisti che vivono il circuito in solitudine e i cui guadagni a malapena coprono le spese.

Niland sa cosa significa trovarsi nello spogliatoio quando entra Roger Federer, ha calcato i prati di Wimbledon e ha assaporato la sensazione terribilmente sublime di affrontare Novak Djoković nello stadio di tennis più grande del mondo, Flushing Meadows a New York. Non è riuscito a raggiungere la vetta, ma durante gli anni trascorsi nel circuito ha vissuto esperienze e raccolto storie che nessun cronista sportivo potrebbe mai raccontare. Il risultato è un ritratto inedito del circuito tennistico professionistico, delle dinamiche sociali ed economiche su cui si regge, e delle tante zone d’ombra tra scommesse, doping e sacrifici spesso senza ricompensa.

Pagine divertenti e a tratti dolorose che offrono uno sguardo privilegiato e autentico sull’ambiente spietatamente competitivo del tennis, un ambiente dove, a parte le superstar, tutti combattono con tutti e sono soli con sé stessi come scrive lo stesso Niland nelle commoventi righe che portano alla fine del libro e della sua carriera: “Non ho comunicato a nessuno dell’ATP che avrei lasciato, non ho firmato nulla: ho soltanto smesso di presentarmi ai tornei. Nessun funzionario del circuito professionistico mi ha contattato per chiedermi dove fossi finito. C’erano centinaia di ragazzi pronti a prendere il mio posto. Serena Williams ha giocato la sua ultima partita a quarant’anni, Roger Federer si è ritirato a quarantuno, ma per i giocatori professionisti l’età media dell’abbandono è ventisette anni”. Ventisette anni…e dover cominciare tutto da capo, a meno di non diventare se non Sinner almeno Cobolli, Berrettini o Musetti.

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