L’eterna lotta tra coscienza e potere
“Crudeltà” di Pavel Nilin è un romanzo che rievoca i violenti, primi anni di vita dell’Unione SovieticaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Pavel Nilin rappresenta il classico esempio di grande scrittore che dopo essere stato a lungo molto popolare in patria – e in questo caso parliamo dell’Unione Sovietica - è poi caduto, ingiustamente, nel dimenticatoio.
Scrittore e giornalista nato nel 1908, Nilin aderì giovanissimo agli ideali della Rivoluzione russa e per anni lavorò come funzionario di polizia nelle regioni più remote della Siberia. Un impegno duro, in un periodo tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta del Novecento, in cui il governo sovietico faticava a tenere sotto controllo l’immenso territorio russo e in molte zone, come appunto le lande siberiane, imperversavano banditi e controrivoluzionari.
Prendendo spunto dalle proprie esperienze personali nelle zone più remote e selvagge dell’Unione Sovietica, Nilin scrisse il suo capolavoro, Crudeltà (Readerforblind, 2025, pp. 300), pubblicato nel 1956 durante il disgelo kruscioviano.
Crudeltà è un poliziesco atipico, una sorta di western sovietico ambientato nella taiga siberiana, dove la lotta non è tra legge e crimine ma tra la coscienza e il potere.
Il racconto prende il via con l’arrivo di Jakov Uzelkov, uno pseudo-giornalista alla ricerca di notizie per i suoi lettori, a Dudari, nel cuore della taiga, dove il regime sovietico fatica ad affermare il suo potere, tra gruppi di banditi, ex soldati zaristi e contadini ribelli. In questo luogo dimenticato da tutti, tranne che dal potere sovietico, Uzelkov si mette in contatto con l’OGPU, la polizia investigativa incaricata di sopprimere ogni forma di dissenso e di banditismo. In particolare, il giornalista incontra Veniamin Malysev “Ven’ka”, investigatore dotato di una singolare umanità. A differenza dei suoi superiori, Ven’ka non usa la violenza o le minacce ma crede che la giustizia possa avere un volto umano: sceglie la persuasione e il rispetto per guadagnare la fiducia della popolazione locale. Grazie alla sua fede nel dialogo e nella gentilezza, l’investigatore guadagna l’amicizia e la collaborazione dell’ex bandito Lazar Baukin, che lo aiuta a catturare il feroce Voroncov, autoproclamatosi “imperatore di tutta la taiga”. Ma quando i suoi superiori incarcerano Baukin per accrescere agli occhi del popolo l’autorità della polizia, Ven’ka si ritrova a fare i conti con la spietata crudeltà dello stato che fin allora ha servito. Una spietata crudeltà ben esemplificata dalla convinzione che “talvolta, nelle questioni politiche, è necessario punire con severità qualcuno, affinché l’esempio serva d’insegnamento a tutti gli altri”, come afferma uno dei colleghi di Ven’ka a proposito d’un ragazzo che ha partecipato a un battesimo e subisce una sorta di processo.
Romanzo potente e attraversato da una profonda inquietudine, Crudeltà ebbe un grande successo in Unione Sovietica, vendendo centinaia di migliaia di copie e diventando un film di culto nel 1959, e ricevette parecchia attenzione anche a Occidente: animato da una moralità infrangibile e da una fede incrollabile nei suoi ideali, il suo protagonista Ven’ka rappresenta un eroe etico, fallibile e tormentato, del tutto atipico per i canoni della narrativa sovietica.
A differenza di molta letteratura, poi, Crudeltà non offre certezze né redenzioni: pone domande, smaschera contraddizioni e riflette su cosa resta di un ideale quando il sistema ne tradisce i principi. Spesso rimane nulla, salvo la fedeltà alla propria coscienza e la nostalgia per i sogni delle origini, come accade a Veniamin Malysev “Ven’ka”.