La guerra distrugge anche l’ambiente
Stefania Divertito ricostruisce l’ecocidio militare che sta distruggendo la TerraPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La guerra ha sempre significato morte e distruzione e questo è tristemente noto. Esiste però un aspetto meno visibile della guerra, capace comunque di produrre sofferenze per molte generazioni: sono gli effetti che provoca per decenni - se non addirittura secoli - sui terreni che coltiviamo, sulle acque che beviamo, sugli animali che ci circondano, sulla vegetazione che ci permette di respirare. Un esempio terribile di quanto scriviamo è stata la Prima guerra mondiale. Quel conflitto mostrò come l’uomo, grazie ai progressi ottenuti in campo tecnico e scientifico e alle capacità produttive della moderna industria, possedesse oramai tecnologie e armamenti capaci di avere effetti devastanti e di lungo periodo anche sugli ambienti naturali. Gli ecosistemi coinvolti dai fronti di guerra furono, infatti, totalmente sconvolti dalla furia delle battaglie. Sulla linea di combattimento i colpi d’artiglieria, il fuoco e l’uso di armi chimiche fecero scomparire completamente la flora e la fauna presenti.
Solo per fare un esempio, sul fronte occidentale, dove si contrapponevano anglo-francesi e tedeschi, negli anni di guerra furono abbattuti – durante le operazioni belliche e per rifornire di legna le trincee – 3500 chilometri quadrati di foreste, una superficie più ampia dell’intera Valle d’Aosta. Ci sono voluti poi oltre sessant’anni perché le aree diboscate recuperassero l’antica vegetazione. Nel periodo 1914-1918 furono sparati circa un miliardo di proietti di artiglieria di tutti i tipi, equivalenti a circa 15 milioni di tonnellate di metalli, di esplosivi e di altri materiali come l’arsenico e i suoi composti fondamentali per le armi chimiche. L’ambiente fu quindi invaso da sostanze che hanno un forte potere inquinante e che persistono nell’ambiente per un lungo periodo perché non sono biodegradabili. In alcune zone del fronte occidentale, come la Somme o nei pressi di Verdun, i terreni risultarono completamente sommersi di materiale bellico e impregnati di composti chimici. Venne quindi avviata, dopo la fine della guerra, una costosissima opera per lo sminamento del terreno, il recupero dei residuati bellici e la bonifica. In alcune aree del nord-est della Francia il grado di devastazione era tale che il governo francese decise di creare la Zone Rouge (Zona rossa), 1200 chilometri quadrati di territorio così inquinati da non poter più essere abitati né coltivati. L’opera di bonifica in queste zone non si è mai fermata dal 1918 e ancora oggi ogni anno vengono recuperate circa 30 tonnellate tra metalli e ordigni inesplosi (nel 2% dei casi si tratta di bombe chimiche). La maggioranza delle specie vegetali presenti prima del conflitto non ha ancora fatto la sua ricomparsa nella Zona rossa che, secondo i calcoli degli esperti, recupererà le sue caratteristiche originarie solo tra settecento anni.
Questo è il lascito della Grande guerra con cui conviviamo ancora oggi, ma è solo uno dei grandi disastri ambientali dovuti a conflitti descritti nel volume Guerra e clima (il Saggiatore, 2026, pp. 240) di Stefania Divertito, giornalista d’inchiesta specializzata in tematiche ambientali. Guerra e clima, infatti, esplora e racconta l'impatto ambientale a lungo termine dei conflitti e le iniziative messe in campo per affrontarlo. È un reportage che attraversa epoche e continenti per andare al cuore di una questione da troppo tempo ignorata: dalla piana di Verdun, a Gaza, dove bombe e detriti tossici hanno distrutto il 97% delle colture; dalla pioggia nera caduta su Teheran nel marzo 2026 alle ricerche che misurano i danni ambientali e climatici dei conflitti, fino all’accusa di “ecocidio” avanzata dalla procura di Kiev e ai programmi di bonifica e risarcimento per perseguire un “disarmo climatico” a livello globale.
Quello emerge nel libro di Divertito è che le guerre lasciano dietro di loro non solo odi e divisioni, macerie e morti. Rilasciano le loro scorie in mille rivoli, difficili poi da “bonificare” e “risanare”. Il conflitto siriano, iniziato nel 2011 e conclusosi recentemente lascia in eredità un vero e proprio disastro ambientale. Molti siriani, infatti, sono stati costretti a lasciare le case dove abitavano e hanno trovato rifugio in campi profughi improvvisati, sorti sulle coste del Mediterraneo. Questa situazione ha determinato lo smaltimento di migliaia di tonnellate di rifiuti nelle acque del mare e ha reso quel tratto marino uno dei più inquinati del mondo. Un esempio ancora più significativo viene dai dati relativi alla presenza di mine antiuomo, a livello globale. Si tratta di ordigni abbandonati nei conflitti degli ultimi cinquant’anni in paesi come Afghanistan, Egitto, Cambogia, Kuwait e Bosnia-Erzegovina. Parliamo di cento milioni di mine che con le attuali tecnologie saranno eliminate solo nell’arco di mille anni! Insomma, come scrive Divertito “la guerra non finisce quando finisce; uccide nell’immediato, ma continua a farlo in prospettiva, avvelenando il suolo, l’acqua, le generazioni che verranno. Un detonatore piazzato nel futuro”. Un detonatore che solo noi possiamo provare a disinnescare.
