Folla delle grandi occasioni per Cecilia Sala al Teatro Doglio
Parte da Cagliari il tour di presentazioni di “I figli dell’odio”, il saggio della giornalista di politica esteraPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Parte dal giardino d’inverno del Teatro Doglio di Cagliari il tour di presentazioni di “I figli dell’odio”, il saggio di Cecilia Sala, giornalista di politica estera, volto noto del giornalismo televisivo italiano, firma del quotidiano “Il Foglio” e voce del podcast “Stories” di Chora Media.
In una sala gremita fino alla massima capienza per l’evento organizzato dal Club Jane Austen Sardegna tra le anteprime della rassegna “Dicembre letterario”, il pubblico ha assistito a un dialogo accorato e partecipe su alcuni dei temi contenuti all’interno del libro, a partire dal titolo: chi sono questi figli dell’odio?
Il ritratto che l’autrice milanese, in dialogo con la giornalista Laura Cappon, disegna del Medio Oriente è di una regione in cui i figli hanno imparato a odiare con più forza e più veemenza dei propri genitori; i giovani israeliani sono i più convinti oppositori a uno stato autonomo di Palestina, e spesso sono più radicali nell’avversione ai loro coetanei della Cisgiordania e di Gaza. «Sono cresciuti quando i muri erano già stati eretti e gli accordi di Oslo erano falliti» racconta Sala spiegando una delle ragioni per cui quest’odio ha potuto mettere radici e crescere come una pianta infestante. Racconta dell’incontro e l’intervista con il giornalista investigativo israeliano e premio Pulitzer Ronen Bergman, che le ha spiegato di come i servizi segreti israeliani siano stati capaci di contenere il nemico esterno ma non quello interno, rappresentato dal kahanismo armato e dalle correnti messianiche. Forze che hanno portato Ben Gvir e Bezalel Smotrich al governo, e a ruoli di egemonia nella politica del paese. Sul fronte palestinese, il racconto più straziante è rappresentato da Firas Abu al-Wafa, un uomo sessantenne che ha dovuto seppellire il proprio figlio Samih ad appena diciannove anni. Qui è la rappresentazione più nitida di queste generazioni che non riescono a dialogare; mentre il padre, dopo aver partecipato alla prima intifada e aver goduto di un’amnistia, sostiene la via diplomatica e il perseguimento degli accordi di Oslo, il figlio si radicalizza e muore da martire, eroe della resistenza palestinese, emblema di una frattura generazionale insanabile.
La terza parte, racconta la giornalista, è dedicata all’Iran, dove l’odio è sì generazionale, ma vive il disincanto da un lato di una dittatura feroce che è disposta a sterminarli pur di non cedere il passo, e dall’altro lato della consapevolezza che le bombe israeliane e americane non rappresenteranno una via per costruire la libertà.
A due giovani, Niccolò Dessì e Rebecca Pisanu, Cappon cede il testimone per le domande finali, quasi a dare voce a una generazione che ha voglia non solo di ascoltare ma di partecipare: «come possiamo informarci in questi tempi in cui le notizie corrono veloci», e «cosa possiamo fare di concreto noi giovani?».
«Assistiamo a una vera e propria infodemia che riguarda tutti quanti» spiega Sala. «Dobbiamo imparare a selezionare le fonti che riteniamo attendibili e prenderci il tempo per una informazione precisa, cercando quanto più possibile di eliminare il rumore di fondo dovuto anche all’estrema polarizzazione del dibattito pubblico». Infine, risponde alla giovane Rebecca che è meno pessimista riguardo a questo punto, «perché se l’opinione pubblica e oramai tutti i governi europei hanno cambiato idea su quanto sta accadendo a Gaza, e sono meno disponibili a sostenere a priori il governo di Trump e quello di Netanyahu, è anche grazie a tutte le piazze che, spontaneamente, negli ultimi anni, si sono riempite costituendo una massa che non poteva essere ignorata».
Lungo firmacopie e poi via, subito a Oristano per aprire alle 21 “Propagazioni”, la rassegna organizzata dall'associazione Heuristic; perché, come dice il tema di quest’anno del festival arborense, “Eppure il vento soffia ancora”.
