Filippo II: un uomo, un re, un’epoca
Una nuova biografia riscrive la storia del sovrano spagnoloPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La seconda metà del Cinquecento fu un’epoca violenta. Difficile trovare un aggettivo più appropriato. Fu violenta per le guerre che furono combattute in quegli anni e fu violenta perché animata da contrasti insanabili nel modo di concepire il potere, la politica e l’economia. Fu violenta e intransigente nel modo di concepire la religione e il rapporto con la diversità. Fu un’epoca in cui un numero crescente di intellettuali avvertì il bisogno di parlare di tolleranza perché vivevano in un mondo intollerante. Un mondo diviso, tra cattolici e protestanti, tra aristocratici e borghesi in ascesa, tra sovrani eletti da Dio e monarchi eletti dagli uomini. Era un mondo politicamente ma anche psicologicamente impreparato ad accettare le differenze. Non aveva ancora sviluppato quei processi mentali che consentono agli individui di rapportarsi con la diversità in termini di relazione e non di conflitto. Inoltre, politicamente lo scenario del secondo Cinquecento non era certo confortante: dopo la grande uniformità culturale e religiosa del Medioevo l’Europa era andata letteralmente a pezzi. In questo clima di profondi contrasti emerse la figura di Filippo II di Spagna, figlio di Carlo V e signore di domini che occupavano la Penisola iberica, l’Italia, i Paesi Bassi, buona parte delle Americhe e delle Filippine.
Proprio al monarca spagnolo è dedicata l’ultima, imponente biografia dello storico inglese Geoffrey Parker intitolata Il re imprudente (Hoepli editore, 2025, Euro 34,90, pp. 504). A partire da un vasto archivio di documenti anche inediti Parker realizza il ritratto del figlio di Carlo V, il re che ereditò un impero su due continenti, sposò Maria Tudor e scagliò l’Armada spagnola contro Elisabetta I d’Inghilterra. Un ritratto appassionante e definitivo, grazie soprattutto a una straordinaria scoperta, che modifica in modo significativo l’immagine stereotipata di Filippo II: un tesoro di 3000 documenti conservati nel caveau della Hispanic Society of America a New York City, mai letti prima da quando attraversarono l’oceano con la scrivania di Filippo più di quattro secoli fa.
Con una ricostruzione di ampio respiro e attenta ai minimi dettagli, Parker esamina il lungo apprendistato di Filippo, i suoi tre interessi principali (lavoro, gioco e religione) e le più importanti sfide politiche, militari e personali che affrontò durante il suo lungo regno, interrogandosi per altro sulle cause del fallimento della sua leadership. Ritrae così un monarca troppo lontano, troppo austero per i gusti moderni, eppure pienamente tardo Cinquecentesco perché capace di esprimere la grandezza e il prestigio della Spagna assieme ai grandi limiti di quella che era comunque, è bene ricordarlo, la più grande potenza mondiale del tempo.
Era la Spagna a cui tutti volevano sottrarre il primato, la potenza e l’oro. Una potenza assoluta, di cui forse si è troppo spesso enfatizzato le sconfitte, dimenticando quanto fosse complesso per una monarchia nata in fondo da mezzo secolo tenere sotto controllo una moltitudine di terre, popoli e culture. Filippo II ci provò, e in buona parte ci riuscì, ponendo al centro di tutto il sistema di potere sé stesso e la sua autorità e legando le sorti del potere regio alla religione cattolica. Erano la persona del sovrano e la fede cattolica a unire le diverse parti della monarchia composita che Filippo II aveva ereditato dal padre Carlo V. La Spagna del Secolo d’oro fu questo: un gigantesco laboratorio dell’assolutismo monarchico, l’embrione delle monarchie assolute che giungeranno a piena realizzazione nella seconda metà del Seicento con Luigi XIV e Pietro il Grande di Russia. Accentratore in politica e religioso fervente, Filippo II governò la Spagna secondo i principi di un cattolicesimo che non ammetteva repliche e incertezze: rafforzando l’attività repressiva dell’Inquisizione spagnola egli impose quell’uniformità religiosa che era considerata il fondamento della stabilità politica. Anche sul piano internazionale Filippo II si mosse come un monarca assoluto ante litteram, convinto che ci potesse essere solo una via per intendere il potere monarchico. Ma la sua intransigenza ebbe un prezzo: perse le province olandesi, non riuscì a domare l’Inghilterra che inviava i suoi corsari ad assalire e depredare le flotte spagnole con a bordo le ricchezze del Nuovo Mondo. Riuscì però frenare l’avanzata degli ottomani nel Mediterraneo sconfiggendo la flotta turca a Lepanto nel 1571, una vittoria probabilmente decisiva per le sorti dell’Europa, oltre a conquistare il Portogallo riunendo nelle sue mani l’intera Penisola iberica. Si chiuse poi, negli ultimi anni della sua vita, nel gigantesco palazzo-monastero dell’Escorial non lontano da Madrid, un guscio-fortezza da cui osservare il mondo, un mondo che Filippo II aveva fatto sempre fatica a comprendere nella sua complessità. Quando qualcuno gli fece notare che un canale in prossimità dell’istmo di Panama avrebbe consentito un rapido passaggio dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico semplicemente rispose: “Se Dio avesse voluto un canale a Panama, ce lo avrebbe messo”. Filippo II era questo: un monarca pragmatico fino al punto di apparire ottuso, perennemente confinato al presente e alla realtà. Alla fine imprudente perché incapace di cogliere alcuni segni del suo tempo.
