S e i socialnauti rispettassero l’etica e la buona educazione i social sarebbero il tessuto connettivo dei popoli. Invece nel farne uso prevalgono verbosità, odio politico e ideologico, aggressività e la saccenteria di chi si definisce intellettuale, termine di per sé ambiguo. Le piazze social sono più luoghi virtuali di scontri che d’incontri. Chi vi si invischia senza possedere capacità di autocritica o di critica ragionata, entra nel mondo virtuale perdendo l’orientamento in quello reale. La vita vera con le sue esperienze momentaneamente svanisce: al suo posto subentra una confusione mentale che impedisce di distinguere il bene dal male, il cielo dalla terra, il prioritario dal secondario, la libertà dall’intolleranza. Si scade spesso nell’imbestiamento e nella degradazione morale. Vi impazzano gli influencer, ideologi da strapazzo che indicano la strada dell’incultura sostituendosi a filosofi, teologi, sacerdoti e scienziati relegati dai socialnauti nei fondali del web. Per non dire dei politici, che vi svolgono parte attiva e passiva; vogliono condizionare e sono condizionati. Nell’immenso calderone stanno insieme élite e popolo: è, sostengono i progressisti acritici, la democrazia che spontaneamente si realizza e rinnova. Sarà. Ma Atene, che la inventò, a quella senza regole preferì una democrazia temperata. Temperiamo quindi il web. Se ne siamo capaci.

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