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il racconto

Da Narcao all'Antartide: "In viaggio a passo d'uomo con 40 gradi sottozero"

Enrico Ghisu, giovane alpino di Narcao, percorre 1.300 chilometri in una decina di giorni
enrico ghisu (foto pnra)
Enrico Ghisu (foto PNRA)

Che l'Antartide, inospitale quanto unico, sia meta di scienziati e ricercatori, è cosa nota. Meno lo è che ogni anno Italia e Francia organizzino una spedizione di cingolati, la Traversa , per garantire i rifornimenti pesanti di combustibili, alimenti e altri prodotti allo staff della Stazione Italo-francese di Concordia, 3200 metri di altitudine e -80º in inverno, oltre 1000 chilometri dal mare e dall'altra stazione italiana, la Mario Zucchelli. Una missione a cui, nelle edizioni 2017/18 e 2019/20, ha partecipato Enrico Ghisu, trentasettenne di Terraseo, frazione di Narcao, esperto meccanico.

Il sogno

Il caporal maggiore capo scelto Ghisu, meccanico negli Alpini a Trento, è stato in Afghanistan e ad Haiti. In Antartide, però, non è andato da militare ma selezionato dall'Enea per conto del Programma nazionale di ricerche in Antartide, finanziato dal ministero dell'Università e Ricerca e coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche per la parte scientifica, e dall'Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) per l'attuazione operativa delle spedizioni.

«Della Traversa mi parlò il sergente maggiore Raul Nascimben (veterano, ora operativo sulla traversa in corso), e dopo anni di tentativi e tre colloqui, a giugno 2017 sono stato selezionato», spiega Ghisu. «Ottenuta l'idoneità fisica all'Istituto di medicina aerospaziale di Linate, ho iniziato il corso, una settimana al Centro Enea del Brasimone (Bologna), una in alta quota sul Monte Bianco. Nulla è lasciato al caso, fondamentale fare gruppo e gestire lo stress».

La traversa

Si parte a inizio novembre con voli civili fino a Christchurch (Nuova Zelanda). «Da lì con un aereo C130 si arriva alla stazione costiera italiana Mario Zucchelli atterrando sul pack (mare ghiacciato), poi con un velivolo più piccolo si va a Cap Prud'Homme, sito Italo-francese da dove partirà la Traversa». Nei primi giorni viene fatta la manutenzione dei mezzi, ma non solo. A 5 chilometri c'è l'Isola Petrel, sede della base francese di Dumont d'Urville, dove arriva la nave rompighiaccio con i rifornimenti che i traversisti trasferiscono a Cap Prud'Homme e stoccano in tre convogli, ciascuno trainato da due trattori e, a rimorchio su slitte, una decina tra cisterne e container.

Quando si parte per Concordia, in testa, dietro al gatto delle nevi, c'è la carovana-vita, con alloggi, cucina e frigoriferi dove, sembra incredibile, si conservano i cibi per evitare che si congelino. Durante la traversa, tutti, meccanici o medici, guidano un mezzo. «Ogni mattina metto in moto i trattori e verifico che tutto funzioni. Alle 7 si parte, alle 13 si pranza e alle 20 si cena: il tempo è scandito dalle lancette dell'orologio, lì il sole non tramonta, è giorno h24», racconta Enrico. «Fuori ci sono -40º, ma in cabina fa caldo come a luglio in Sardegna. Si ascolta musica, si guarda il paesaggio, si pensa ai progetti futuri, a tutto». I 1300 chilometri si percorrono a 11 all'ora e, se non ci sono guasti o tormente che causano il whiteout , il bianco totale che azzera la visibilità, si arriva in una decina di giorni a Concordia, dove il personale attende con entusiasmo. «Per me, l'ingegnere Marco Buttu di Gavoi e Andrea Satta di Cabras del Cnr (due dei partecipanti in base Concordia) sventolavano i quattro mori». I traversisti scaricano i rifornimenti, caricano l'immondizia differenziata, che verrà smaltita in Australia, e ripartono in senso inverso. È un raid che si ripete per due o tre volte, ognuno richiede circa 23 giorni e quindi si termina a febbraio. All'ultimo ritorno a Cap Proud'Homme si ricoverano i mezzi e lo staff va a Dumont d'Urville per imbarcarsi sulla rompighiaccio diretta a Hobart (Australia), per poi far rientro a casa. «Proprio lì, undici mesi fa, siamo stati informati della pandemia: venivamo da un ambiente ovattato e sapere del Covid è stato impressionante».

Ne vale la pena

«Il livello della ricerca in Antartide è altissimo, gli scienziati lavorano al massimo delle potenzialità, nel totale rispetto dell'ambiente», sottolinea Ghisu. «Stranezze? Il freddo secco, il vento catabatico che soffia a 120 chilometri orari sulla base, ma che cento metri più in là magari non si sente più, il bianco che annulla i dislivelli, la socievolezza dei pinguini». «Esperienza emozionante, parlo il francese e sono a mio agio, poi l'anno scorso c'era un altro sardo, il sergente Andrea Piu di Carbonia. La famiglia? Solo mail e una chiamata alla settimana (da quest'anno anche un'ora di Whatsapp): è dura ma, grazie a mia moglie, per mia figlia sono un mito. Se tornerò, manderò ancora le cartoline a tutti!».

Vanna Chessa

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