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Elena Lai da Bruxelles: "Il mal di Sardegna? Inspiegabile quanto incurabile"

Originaria di Fluminimaggiore, forte e determinata ha raggiunto importanti obiettivi a livello europeo. Ma Cagliari...
elena lai (foto concessa a l unione sarda dall intervistata)
Elena Lai (foto concessa a L'Unione Sarda dall'intervistata)

"L'essere migrante è qualcosa che mi scorre nelle vene". Elena Lai ha 40 anni. Da otto vive e lavora a Bruxelles, dove si occupa di audiovisivo: è responsabile di Europe Analytica, una società di consulenza specializzata in industria culturale e creativa e dal 2011 è segretario del Cepi, il Coordinamento Europeo dei Produttori Indipendenti di cinema e tv. Dal 1 gennaio prossimo ricoprirà la carica di chairwoman dell'Osservatorio europeo dell’audiovisivo.

Elena si considera sarda a tutti gli effetti, anche se la sua carta d’identità dice che è 'nata a Milano'. E la storia della sua famiglia, originaria di Fluminimaggiore, è una delle tante di emigrazione di cui si parla oggi. "L’unica differenza – spiega - è che la mia famiglia si è spostata all’interno dello stesso Paese, l’Italia, da un’isola verso una città del Nord alla ricerca di un lavoro".

Chi è stato il primo a fare le valige?

"Mio nonno paterno. Erano gli anni Settanta e il grande boom delle miniere del Sulcis-Iglesiente stava tramontando. È partito alla volta di Milano con un figlio. Trovato lavoro come operaio, l’ha raggiunto il resto della famiglia, compresi mio padre e mia madre. E lì sono nata io".

Poi, però, siete tornati in Sardegna.

"Esatto, avevo quattro anni. I miei genitori sono stati ‘colpiti’ da un male tipicamente sardo: il mal di Sardegna. Siamo tornati a Cagliari, dove ho studiato e, dopo il liceo Scientifico 'Alberti', mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Politiche. Nel 2003 mi sono laureata con una tesi sul 'Costituzionalismo Europeo', un argomento che tanto mi appassionava".

Quando decide di andare via anche lei?

"Negli ultimi anni di università. Per un anno sono partita nel Regno Unito, a Nottingham, con l’Erasmus. Ho studiato 'Relazioni internazionali' alla Nottingham Trent University. Tornata a casa, dopo la laurea, ho deciso di tornare in UK. Ho pensato che sarebbe stato più semplice continuare la mia formazione in un posto che già conoscevo".

Elena Lai (al centro) insieme all'Osservatorio europeo dell'audiovisivo (foto Elena Lai)
Elena Lai (al centro) insieme all'Osservatorio europeo dell'audiovisivo (foto Elena Lai)

Lo è stato?

"Vengo da una famiglia modesta, ho sempre dovuto sudare per ottenere le cose. Negli anni da studentessa mi sono mantenuta con le borse di studio e con un piccolo lavoro part-time all’aeroporto di Elmas. Nel marzo 2004, quando ho fatto le valigie, non parlavo ancora perfettamente l’inglese e non avevo ancora trovato un lavoro, cosa di cui avevo assoluto bisogno per raggiungere il mio obiettivo; fare un master in legge. Volevo approfondire quello di cui mi ero occupata fino ad allora, la costituzione europea, un documento che - se approvato – ci avrebbe portato a un’Europa più forte, non soltanto dal punto di vista economico, ma politico. Una specie di 'Stati Uniti d’Europa'".

La Costituzione non vedrà mai la luce e al suo posto viene firmato - nel 2007 - il Trattato di Lisbona. A lei invece com'è andata?

"Per i primi sei mesi ho fatto un lavoro allucinante: sono stata assunta dal British Geological Survey, una società che elabora le carte geografiche di tutto il Regno Unito. Ero addetta a digitalizzare e archiviare le cartine. Un lavoro noiosissimo ma ben retribuito che mi consentiva di mettere da parte i soldi per il mio master. Avevo terminato l’università con tanti sogni e quel lavoro era un po’ deludente, ma dovevo tenere duro. E poi avevo un collega inglese logorroico che mi parlava in inglese per tutto il tempo: è stata la miglior classe di conversazione che potessi frequentare! Insomma, ho cercato di prendere il meglio da quello che mi è arrivato".

Quanto è rimasta in Inghilterra?

"Sette anni, fino al 2010. Dopo i primi anni ho iniziato ad ambientarmi, a uscire di più, a conoscere persone. Tra queste un’assistente di lingua italiana che lasciava il suo posto all’università. Ho fatto dei colloqui per quel ruolo e mi hanno preso. Sono stata fortunata ma anche molto determinata. Ho iniziato a fare l’assistente, poi a tenere dei seminari di politica e cultura italiana. Sono diventata professoressa (non ordinaria), tenevo lezioni di lingua italiana per il secondo e terzo anno del corso di Lingue e Studi Europei".

E il suo master in legge?

"Erano trascorsi due anni, avevo messo da parte un po’ di soldi, il mio inglese era più forte, mi sono detta 'è ora'. È stato un periodo intenso e durissimo. Nei primi giorni della settimana lavoravo, e il resto dei giorni frequentavo il master in legge alla Queen Mary University di Londra. Mi alzavo alle 4.30 del mattino. Viaggiavo a bordo degli autobus della National Express – non mi potevo permettere il treno - : partivo da Nottingham alle 5, arrivavo a Londra alle 11, seguivo le lezioni, e alle 19 ripartivo. Arrivavo a casa a mezzanotte. Terminato l’anno, ho ripreso il mio lavoro all’università, ma mi sono accorta che non era quella la mia strada".

E quale?

"Volevo lavorare nei dipartimenti internazionali e – nel campo – il Council di Nottingham (l’equivalente di un Comune italiano) è stato la mia palestra più importante. Nel 2007 Nottingham è diventata la città leader del Forum culture di Eurocities: per nove mesi – gratis – ho promosso la città a livello europeo con i fondi del Programma Cultura 2007-2013 in sinergia con la comunità locale, gli artisti e le industrie creative di cui Nottingham era ambasciatrice nel circuito europeo. Dopo nove mesi in cui ho continuato a lavorare anche all’università, mi hanno assunto. In quegli anni ho capito cosa significasse fare il lobbista, gli inglesi sono maestri in questo".

Al lavoro (foto Elena Lai per L'Unione Sarda)
Al lavoro (foto Elena Lai per L'Unione Sarda)

Di cosa si tratta?

"Ci tengo a fare una premessa, in Italia c’è una percezione molto negativa di questa figura, che non rispecchia quella che si ha qui a Bruxelles dove i lobbisti sono registrati in un registro di trasparenza: insomma, puoi vedere chi rappresento o chi no. L’attività del lobbista è quella di influenzare le istituzioni europee per promuovere gli interessi di un dato settore. A Nottingham, ad esempio, rappresentavo quello della cultura. È un lavoro dove occorre analizzare i dati, valutare le informazioni fondamentali, mettere in atto degli studi, dopodiché, con in mano degli elementi chiave, il lobbista va a parlare con i politici per far capire perché quel dato settore ha necessità di una cosa o è preoccupato si faccia una certa legge. È un momento di scambio tra le istituzioni e chi rappresenta un determinato campo".

Dopo aver imparato il mestiere della lobbista cosa è accaduto?

"Ho semplicemente deciso di mettere a frutto i miei studi, di seguire i miei sogni: lavorare a Bruxelles. Così ho iniziato a mandare decine di curriculum vitae".

Sogno realizzato?

"Sì, ho ricevuto una risposta dalla società di consulenza per la quale oggi lavoro come responsabile, l’Europe Analytica".

Di cosa si tratta?

"È una società – specializzata in industria culturale e creativa - che racchiude nel suo portafoglio un numero di clienti che lavorano in quel settore: editori, giornalisti, distributori di film e tv. È proprio grazie a questo lavoro che ho conosciuto il mio cliente fondamentale, il Coordinamento europeo dei produttori indipendenti di film e tv (Cepi), di cui sono il segretario generale".

Di cosa si occupa il Cepi?

"Il Cepi è un ente che rappresenta gli interessi di oltre 8mila operatori indipendenti di cinema e di tv. Nel mio lavoro gestisco i rapporti con la Commissione e con i membri del Parlamento europeo, monitorando la loro attività e le consultazioni rivolte alle associazioni di categoria o a tutte quelle che si occupano di cultura, audiovisivo e industrie creative. Comunico a chi rappresento quali sono le opportunità che l’Europa mette loro a disposizione e le proposte legislative che potrebbero avere un impatto sul loro operato. Ultimamente, a Dublino, abbiamo consolidato i nuovi statuti, l’associazione si sta espandendo e sta acquisendo una parte maggiore di contenuti cinematografici (prima ci occupavamo soprattutto di tv)".

È stata eletta chairwoman dell'Osservatorio europeo dell'audiovisivo (OEA), come ci si sente?

"Sono fiera di questa opportunità e di questa carica che andrò a ricoprire dal 1° gennaio 2019. L’istituzione ha un ruolo chiave: raccoglie informazioni statistiche e analitiche nei settori del cinema e della tv, perché ne possano usufruire i protagonisti dell’industria ma anche i consumatori. I dati raccolti, quindi, facilitano il compito di tutti gli addetti ai lavori del settore, dai produttori agli esercenti. Ma, se posso aggiungere e ne sono altrettanto fiera, anche l’Europa Analytica ha ricevuto, solo un mese fa, due importanti premi ai 'Public Affairs Awards Europe 2018': quello come 'Migliore Lobby in Parlamento per la Direttiva Copyright' e quello come 'Migliore Team dell’Anno'".

Alla premiazione dei "Public Affairs Awards Europe 2018" (foto Elena Lai)
Alla premiazione dei "Public Affairs Awards Europe 2018" (foto Elena Lai)

Alla guida dell'OEA che lavoro l'aspetta?

"Importante, in un momento di grande cambiamento per il mercato europeo dell’audiovisivo dove cultura e crescita economica devono trovare il giusto equilibrio. La cultura al momento è una chiave per superare molti degli elementi di populismo che stanno caratterizzando l’Europa di oggi. È questo che ripeto agli enti regionali, locali e soprattutto nel mio caso, all’industria e all’imprese di cinema e tv, che l’economia della cultura e la cultura di per sé, di cui noi siamo portatori - attraverso le piccole-medie imprese - sarà un elemento portante per aiutare a combattere questa situazione di stasi in cui l’Europa si trova. La cultura ha un impatto fondamentale sul benessere delle persone, sul fatto che ci sia armonia sotto vari aspetti: combatte il razzismo, la xenofobia, l'omofobia. Che l'industria culturale abbia anche un effetto economico sulla città è un qualcosa che solo Nottingham, a differenza di altre città, aveva capito".

Lei coopera a molti progetti europei legati all'audiovisivo, compresi quelli che promuovono l’uguaglianza di genere.

"Esatto, faccio parte di tre progetti importanti: uno si occupa di innovazione e tecnologia, uno di competenze nel settore dell’audiovisivo e il terzo, di cui sono molto fiera, si occupa di mettere a punto una serie di raccomandazioni di genere e di uguaglianza nel settore dell’audiovisivo. Tengo tantissimo a quest'ultimo, soprattutto dopo il movimento '#MeToo'. È importante, innanzitutto, mettere in evidenza che non tutto il settore della produzione si comporta in questo modo. Occorre lavorare insieme ai registi, a chi rappresenta il settore audiovisivo anche a livello sindacale, per fare in modo che certe situazioni non si verifichino mai più".

C'è un rammarico, qualcosa che non è riuscita a fare?

"Sì, una cosa che mi è rimasta sul groppone è non essere riuscita, con i miei incontri, a convincere nessun politico dell’importanza di inserire anche Cagliari in una circuito come Eurocities. Parliamo di un network di lobby fortissimo che riunisce le 140 principali città europee (tra cui Berlino, Vienna, Milano, Parigi, Londra, Versavia, Barcellona) per affrontare in modo condiviso le sfide strategiche a livello locale. È un peccato, perché Cagliari potrebbe fare molto da questo punto di vista".

Torniamo al mal di Sardegna di cui hanno sofferto i suoi genitori, dopo 15 anni ne soffre anche lei?

"Ebbene sì, da tre-quattro anni ho iniziato a soffrire di questo male che tutti dicono sia incurabile".

Come si manifesta?

"Non so bene spiegarglielo. Sono partita forte, determinata e convinta, poi un giorno ti svegli e ti accorgi che ti manca una parte fondamentale del tuo essere e non riesci a spiegare che cosa sia. Ti trovi in un posto ma non sai più se quel posto è il luogo dove vuoi stare realmente o se ce n’è uno dove ti senti più a casa. Ecco, quando torno in Sardegna mi sento a casa. È una sensazione non descrivibile, che senti nel momento in cui metti piede all’aeroporto: scendi, respiri un aria diversa, un calore diverso".

Cosa le manca di più?

"La mia famiglia, a volte penso che non sarei mai voluta partire. È un'emozione che sento e che cerco di governare, ma non è facile. Spesso mi domando 'tornerò mai nella mia città?'"

Ha trovato una risposta?

"La risposta è pendente. Purtroppo, al momento, non è possibile. Ma la voglia c’è, anzi, a me non è mai mancata".

Simona Arthemalle

(Unioneonline)

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