POLITICA

IL PUNTO DI VISTA

Quelle dichiarazioni "a babbo morto"

Silvio Berlusconi, intanto, attende "giustizia dall'Europa"
(foto pixabay)
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Nei giorni scorsi le principali testate giornalistiche hanno riportato la notizia relativa ad alcune registrazioni audio pubblicate dal “Riformista”, e provenienti dal magistrato Amedeo Franco, relatore in Cassazione nello storico processo Mediaset, all’esito del quale il Cavaliere Nazionale, Silvio Berlusconi, riportava una severa condanna passata in giudicato in data 30 luglio 2013 e per effetto della quale, il successivo 27 novembre, il medesimo veniva espulso dal Senato in applicazione della contestatissima legge Severino. E se, per un verso, quelle stesse registrazioni parrebbero sorprendentemente attestare che quel processo fu un vero e proprio “plotone d’esecuzione” in danno al leader indiscusso degli Azzurri giustificato da “una sentenza pilotata dall’alto”, per altro verso la Cassazione si è affrettata a replicare rilevando l’incontestabile circostanza che non solo “non risulta(va) che il consigliere Franco (avesse mai) manifestato un (proprio) dissenso” sui contenuti e sulle motivazioni di quella funesta decisione, ma anche che quello su Berlusconi, lungi dal potersi considerare come un “verdetto pilotato”, era stato piuttosto l’esito naturale di un processo celebratosi “nel pieno rispetto del (principio) del giudice naturale precostituito per legge”.

Silvio Berlusconi, dal canto suo, con la cautela che da sempre ha caratterizzato, e caratterizza, la sua azione politica, e nella consapevolezza che quelle dichiarazioni shock, platealmente consegnate alla valutazione dell’opinione pubblica “a babbo morto”, per quanto amare, non possono che lasciare il tempo che trovano, con apposito post sul social Facebook del 2 luglio ha affermato a chiare lettere, e al proposito, di attendere giustizia dall’Europa, e in particolare dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quale unico Organo Giurisdizionale Internazionale sussidiario deputato a emettere una decisione realmente valida e vincolante, sottolineando, al riguardo, che “sarà l’Europa ad abrogare, a cancellare sicuramente quella iniqua sentenza”, giacché – si legge in altro distinto post in pari data - “l’Associazione Nazionale Magistrati (sembrerebbe essere) diventato un organo politico al servizio di una parte” precisa.

Il contrasto coi principi fondanti dello stato di diritto - Ebbene. Anche a voler prescindere dall’opinione personale di ciascuno di noi sulla vicenda testé rappresentata ed in sé e per sé considerata, concernente unicamente le vicissitudini politiche del leader di Forza Italia, come pure la valutazione a posteriori di una realtà storica apparentemente consolidata nell’emersione della sua verità processuale quanto meno sul piano nazionale, appare innegabile, ciò nonostante, che allorquando si verifichino corto circuiti curiosi – se così vogliamo definirli - quale quello in esame (ammesso e non concesso, per dovere di correttezza intellettuale, che le dichiarazioni di quel magistrato possano assumere effettiva rilevanza probatoria), l’intero sistema politico e giurisdizionale è portato inevitabilmente a vacillare correndo il rischio di rimanere schiacciato dal complesso groviglio di contraddizioni e abnormità che, alla luce degli incresciosi avvenimenti recenti, paiono averlo caratterizzato. Tanto più, quando, quegli stessi avvenimenti non possono che indurre una attenta e severa riflessione non solo sugli elementi oggettivi (ma aggiungerei pure soggettivi) di crisi del “sistema giustizia”, ma anche, e soprattutto, sullo scontro/confronto, oramai inflazionato, tra magistratura e politica involgente, suo malgrado, i principi fondamentali dello Stato Costituzionale per sua stessa natura democratico/popolare, pluralista e di diritto, nonché, evidentemente, una riflessione sullo storico principio/problema della separazione orizzontale e verticale dei poteri e sulla connessa accusa di “giacobinismo” che, giustamente e/o ingiustamente non sta a noi dirlo, sembra aver investito la magistratura.

Gli interrogativi - Ma, alla luce di quanto riportato, si può affermare che esiste una tendenza costante e impudente del potere giudiziario a restringere e/o influenzare l’esercizio dell’attività di governo, oppure, al contrario, sarebbe più corretto affermare che esiste una contro tendenza ripetuta e fastidiosa del potere politico diretta a circoscrivere e dirigere, in vario modo e in varia misura, l’esercizio indipendente della funzione giurisdizionale? A cosa è dovuta, se davvero esiste ed è largamente operante, come i recenti fatti di cronaca parrebbero dimostrare, siffatta duplice e interconnessa ingerenza? Ad essere avvertito con maggiore intensità, da parte dell’opinione pubblica, è il sentimento di idiosincrasia esasperata dei corpi politici verso il principio di indipendenza della magistratura, oppure, invece, il sentimento di profonda diffidenza sociale per l’apparente incapacità del potere giudiziario di rispettare il principio sacrosanto della separazione dei poteri così come costituzionalmente garantito? Quali sono gli interessi in gioco in questo scontro tra Titani che sta ammalorando il Paese? La legge è davvero uguale per tutti, oppure, per alcuni, è più o meno uguale che per altri, a seconda delle circostanze oggettive di tempo e luogo e/o di quelle soggettive specificamente ricollegate alle qualità personali ed individuali dei soggetti di volta in volta interessati? È più realistica l’affermazione secondo cui parrebbe esistere, se davvero esiste, una “magistratura politicizzata”, oppure quella secondo cui parrebbe esistere una “politica magistratualizzata”? Le commistioni tra i due grandi Poteri, se tali entrambi sono, si manifestano solo a livello dei grandi centri di potere, oppure si rinvengono anche nel quotidiano e generalizzato espletamento della funzione giurisdizionale locale? Quale è il rapporto fisiologico tra l’espressione corretta della democrazia, la funzione giurisdizionale e l’esercizio delle funzioni di governo?

Le possibili risposte - Le risposte a siffatti interrogativi, purtroppo, rinvengono le loro radici in epoche assai risalenti e nell’ambito di una disputa tutt’altro che di facile ed immediata comprensione, siccome imponente riflessioni inerenti non solo aspetti di carattere più squisitamente costituzionale, ma anche, e soprattutto aspetti e rilievi di carattere tipicamente umano. Intanto, perché, notoriamente, l’indipendenza della Magistratura, in alcuni casi, è apparsa, ed appare, come una condizione mal sofferta da parte di taluni Organi Politici al punto da aver indotto gli stessi, nel passato recente, a tentare di sminuire la posizione del potere giudiziario nel sistema costituzionale financo negando ad esso la qualifica “di potere”, come ben aveva dimostrato il tentativo di riforma, nel lontano 2011, dell’articolo 104 della Costituzione non andato poi a buon fine, ed allora portato avanti nel sempiterno e sempre verde tentativo di “squalificare” la rilevanza del CSM quale Organo di Governo Autonomo della Magistratura. Quindi, perché, di conseguenza, la pretesa ed ingombrante inclinazione politica della Magistratura, in taluni casi, e stando ai recentissimi fatti di cronaca, tutti da accertare, parrebbe aver indotto la medesima, in taluni casi, a “permeabilizzare”, se così si può dire, in senso chiaramente autoreferenziale, quel fondamentale principio di separazione tra poteri, inducendo un pericoloso “misunderstanding” sulla equilibrata ripartizione di competenze tra i Poteri dello Stato direttamente incidente sul sentire comune e sulla percezione generalizzata, quanto confusa ed eterodeterminata, del fenomeno. Inoltre, perché, in relazione ai rapporti intercorrenti tra corretta espressione della Democrazia ed esercizio della funzione giurisdizionale e di governo, appare oltremodo incontrovertibile che da diversi anni, oramai, le criticità della rappresentanza politica, sempre più sterile nel rispondere alle esigenze di un Paese in costante regressione economica e sociale, hanno contribuito a minimizzare grandemente l’esercizio del potere legislativo, il quale ridimensionamento, a sua volta, non ha mancato di riflettere i suoi effetti immediati e diretti anche sulla convalidazione (e/o vera e propria capacità) stessa dei giudici ad esercitare la loro funzione in armonia con il proponimento del legislatore quale espressione, almeno così dovrebbe essere, della volontà popolare. Infine perché ad apparire realmente preoccupante, al di là del conflitto tra i massimi poteri dello Stato è che comunque, e purtroppo, alla fine della Fiera, la locuzione “la legge è uguale per tutti”, come insegnava Piero Calamandrei (citato in Mauro Cappelletti, Giustizia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1972, pag. 11), altro non sembra essere se non “una bella frase” idonea a “rincuora (re) il povero” allorquando la “ved (a) scritta sopra le teste dei giudici”, ma che, allo stesso tempo, “gli sembra una beffa alla sua miseria” nel momento in cui si accorge che “per invocar l’uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha”.

Giuseppina Di Salvatore

(avvocato - Nuoro)

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