CRONACA SARDEGNA - SASSARI E PROVINCIA

l'emergenza

"Boom di contagi a Sassari, non è stata una fatalità"

E quella partita di basket non ha aiutato. Lo spiega Nicola Castiglia, dirigente medico di Microbiologia e Virologia del Santissima Annunziata di Sassari
(archivio l unione sarda)
(archivio L'Unione Sarda)

«Quei morti a Casa Serena, soli, nello spazio di pochi giorni, non possono essere dimenticati. Come non può essere dimenticato quanto accaduto in diversi ospedali, praticamente in tutti quelli più grandi della provincia». Nicola Castiglia, 62 anni, dirigente medico nella struttura di Microbiologia e Virologia dell'ospedale Santissima Annunziata di Sassari, è un fiume in piena. Racconta, spiega, rivolge un appello per «difendere i nostri anziani», i più esposti all'attacco del coronavirus. «Un nemico che conosciamo poco ma che avremmo dovuto combattere in modo diverso».

Dottor Castiglia, Sassari è particolarmente colpita. Solo una casualità?

«Quando è in corso un'epidemia di questo genere è quasi inevitabile che ospedali e Rsa siano i presidi più esposti, ma a Sassari esistono responsabilità da accertare da parte della magistratura inquirente, perché un cluster epidemico così rapido in un'Isola che mostra attualmente i numeri più bassi d'Italia, nonostante i casi e i morti, appunto, del Sassarese, non è da accettare come una fatalità».

Non è solo sfortuna, quindi.

«Ci sono responsabilità da accertare subito, per evitare altri errori che a questo punto dell'epidemia sarebbero catastrofici. Penso alla prima cosa: organizzare un sistema operativo sanitario dell'urgenza in grado di assistere i pazienti considerandoli Covid positivi a prescindere da tamponi, esami strumentali, ematologici, eccetera».

È la stessa opinione del sostituto procuratore Paolo Piras, che sta indagando sulla diffusione del contagio al Santissima Annunziata e nelle case di riposo. Infatti, ha invitato la direzione sanitaria ad attivarsi in tal senso.

«Non sapevo di questa iniziativa del magistrato. Ma è necessario procedere così perché, alla riapertura, anche se graduale, delle attività produttive e della vita di relazione, arriveranno le urgenze in numero molto più elevato di adesso».

Lei parla di incidenti stradali, infortuni sul lavoro e così via, immagino?

«Ragionare in termini di Covid sì-Covid no negli ospedali, con due linee separate, non sarà più ammissibile né materialmente possibile, stante il tempo necessario anche ad attendere l'esito di un tampone».

È una questione di tempo, quindi?

«Un'emorragia interna, un infarto, uno shock, un'insufficienza respiratoria con arresto non possono che essere affrontati immediatamente da personale in sicurezza Covid, con tutti i dispositivi di protezione necessari, i percorsi e le sale attrezzate in numero adeguato. Questo va fatto ieri, a meno di non voler bloccare la provincia di Sassari dentro casa aspettando la clemenza che il virus difficilmente avrà».

La sensazione è che il resto dell'assistenza sia stata ridotta ai minimi termini.

«Purtroppo è così. Ho una storia personale da raccontare».

Prego.

«Ragazzo di 22 anni, febbre a 39, difficoltà respiratorie. Gli antibiotici sono inefficaci, inutili tutti i tentativi di ricoverarlo. Nessuno lo accetta. Il rischio è un aggravarsi improvviso e letale delle condizioni».

Una situazione drammatica.

«In queste condizioni il confine tra la vita e la morte è labile. C'è il sospetto che sia un caso di Covid-19, non c'è tempo da perdere. Il ragazzo vive lontano da Sassari, in una località isolata. Prego la madre, che era stata a contatto con lui e quindi eventualmente ormai già esposta, di portarlo a Sassari, perché stesse vicino a un'unità di rianimazione».

Poi che è successo?

«Non nascondo che ho violato il protocollo e sono riuscito a far ricoverare il ragazzo. È stato trattato con il Zitromax , lo stesso farmaco che si usa contro il coronavirus».

Adesso come sta?

«È in fase di recupero, il tampone ha dato esito negativo. Era una polmonite bilaterale interstiziale. Quel giovane ha rischiato di morire perché l'ospedale è paralizzato dall'emergenza Covid».

Che fare, adesso?

«Se esiste un governatore regionale, ma anche un prefetto, un sindaco, un responsabile di Ats o di Azienda sanitaria, chiunque faccia qualcosa per riportare normalità nella sanità sassarese».

Un settore che ha fallito clamorosamente.

«Quando mai si doveva permettere che il freddo calcolo economico arrivasse al punto di vedere gli ospedali trasformati in aziende con tanto di calcolo di partita doppia come se non si trattasse delle condizioni e della vita stessa dei cittadini? Tutto parte dai piani di riordino ospedalieri volti a ridurre posti letto, personale sanitario, fino alla chiusura di interi ospedali, per poi creare in 10 giorni 200 posti di terapia intensiva in un tendone».

Sono misure d'emergenza, come il richiamare in servizio medici in pensione.

«È il paradosso di un Paese che prima punta a vedere chirurghi operare sino a 75 anni, poi apre la porta ai prepensionamenti creando voragini negli organici, per poi, subito dopo, con il coronavirus ancora semisconosciuto, richiamare in servizio medici di 70 anni».

È accaduto anche a Sassari?

«Uno di essi, un chirurgo affetto da diabete, è adesso in terapia intensiva, in fin di vita».

A parte l'episodio di Cardiologia, quali sono state le altre vie di diffusione del virus a Sassari?

«Credo che un ruolo lo abbia avuto la partita del 4 marzo, Dinamo-Burgos, Champions League di basket. Tremila spettatori assiepati al Palaserradimigni. Potete immaginare. Un po' come Atalanta-Valencia a San Siro».

E poi?

«Beh, poi c'è la famosa crociera, con 240 sassaresi, tra cui il sindaco Nanni Campus, risultato poi negativo al test. A bordo della nave nel mare degli Emirati Arabi c'era una persona positiva. Hanno fatto tutti la quarantena, ma sicuramente l'episodio non ha aiutato».

Questa è sfortuna, però. Il 4 marzo non c'erano ancora restrizioni.

«Sì, certo. Ma se alla sfortuna aggiungiamo l'incapacità...».

Ivan Paone

© Riproduzione riservata

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