CRONACA SARDEGNA - PROVINCIA DI CAGLIARI

L'INTERVISTA

Strage di Sinnai: "I sequestratori non sono passati da Serpeddì"

Parla Gianni Murgia, sequestrato per 83 giorni nelle campagne di Dolianova

Dal 20 ottobre 1990 all'11 gennaio 1991: «Ottantatré giorni dei quali ricordo tutto, minuto per minuto». L'aggressione nelle campagne di Dolianova, quando «mi hanno spaccato cranio e denti», e la prigionia ad Austis, dove era giunto dopo un viaggio in auto di ore nel corso del quale «ho perso i sensi più volte». Solo al momento di essere affidato al gruppo di custodia «sono rinvenuto, l'aria era più fresca». Ma questo "passaggio di consegne" non sarebbe avvenuto sulle montagne di Sinnai, dove l'8 gennaio 1991 erano state uccise tre persone: «Non ha senso che i rapitori siano passati da lì per andare nel Nuorese. Secondo me quella strage non ha a che vedere con la mia vicenda».

Gianni Murgia ha 71 anni. Ne aveva 42 quando in una sua casupola alla periferia del paese, mentre si trovava assieme ad Antonella Pitzalis (poi diventata sua moglie), era stato prelevato da banditi che pensavano di ricavare almeno due miliardi di lire e invece alla fine avevano intascato 600 milioni. Sette le persone condannate tra aggressori e custodi. La vicenda è tornata di attualità perché la Procura generale di Cagliari sta studiando il caso giudiziario di Beniamino Zuncheddu, il pastore di Burcei condannato all'ergastolo per la strage di 30 anni fa all'ovile Cuile is Coccus sotto Serpeddì. Una delle ipotesi è che il triplice delitto non fosse legato a litigi tra allevatori confinanti ma alla possibilità che le vittime (Gesuino e Giuseppe Fadda, padre e figlio proprietari dello stazzo, e l'aiutante Ignazio Pusceddu) avessero visto la consegna dell'ostaggio al gruppo di custodia: sapevano troppo ed erano stati fatti fuori. All'epoca gli investigatori nel percorrere il possibile tragitto dei sequestratori erano arrivati proprio nei pressi di quell'ovile; inoltre dopo la strage uno dei condannati per il rapimento aveva preso lo stazzo dei Fadda. Però il possidente di Dolianova esclude un collegamento tra i due fatti e dice sibillino: «Gli inquirenti sanno la verità, non hanno badato al "cui prodest". A chi giovava tutto ciò?»

Perché a suo dire non c'è un collegamento coi fatti di Burcei?

«Il pentito Francesco Cardia ha raccontato della staffetta e parlato della Statale 131: dalle montagne di Sinnai non sono passati».

Gli investigatori seguendo le indicazioni della sua compagna, portata via con lei e liberata qualche ora dopo, sono arrivati davanti al luogo della strage. Quindi?

«Antonella non conosce Cuile is Coccus né quella zona. Forse qualche inquirente si era fatto quell'idea e l'ha seguita: a volte nei verbali scrivevano quel che pensavano loro».

Si ipotizza che lei possa aver cambiato auto su quelle montagne e pare che i sequestratori nei giorni della sua liberazione fossero nervosi. Sicuro non ci siano collegamenti?

«Quando ho cambiato veicolo l'aria era più fresca, ma quella vicenda secondo me non ha alcunché a che vedere con la mia. Ai magistrati ho descritto tre momenti nei quali durante la prigionia c'è stata maretta: il primo risale a quando avevano tagliato l'orecchio a Salvatore Scanu ( imprenditore sassarese rapito nel dicembre 1990 ); il secondo si riferisce al giorno in cui i miei custodi avevano ospite a pranzo un poliziotto; il terzo risale a tre giorni prima della liberazione, quando ho notato in loro una grande preoccupazione che poi gli inquirenti hanno collegato al triplice delitto di Burcei. Ma non c'entra nulla col mio sequestro. Il pagamento del riscatto è avvenuto in territorio di Orgosolo e io sono stato liberato ad Austis. Il cambio di auto per quel che so io non è avvenuto a Burcei. Certo, questo non vuol dire che quei personaggi non potessero avere conoscenze in queste zone. E se i banditi fossero stati nervosi perché conoscevano i Fadda e avevano saputo quel che era accaduto? Come dico sempre, mai porre limiti alla realtà. Comunque penso sia impossibile che una sola persona possa aver compiuto quella strage».

E Giuseppe Boi, condannato per il rapimento, che dopo gli omicidi si era trasferito a Cuile is Coccus?

«Boi era il basista sì. Ma resto della mia opinione. Con lui in seguito ci siamo salutati e abbracciati. Quel che avviene nelle campagne si sa, c'è un'etica da rispettare. La verità di Cuile is Coccus la conoscono gli inquirenti. Perché non mettono a confronto i verbali di polizia e carabinieri? Sarebbe bello sapere perché i carabinieri no e i poliziotti sì senza badare al "cui prodest", a chi giovava tutto ciò. È strano».

Che vuol dire?

«Chi deve capire, capirà».

Gli investigatori? Gli inquirenti?

«Quel che mi è accaduto resta un'esperienza da non dimenticare. Avevo 42 anni e a quell'età si ha già un bagaglio di esperienza e cultura di vita. C'è solo una differenza con gli altri sequestrati: loro hanno compreso tardi quanto sono inefficaci gli investigatori prima e gli inquirenti poi. Io l'ho capito subito dopo».

Andrea Manunza

© Riproduzione riservata

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