CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

L'inchiesta

Strage Moby Prince, esplosivo, armi e mafia

Nel locale che conteneva il motore dell'elica di prua c'era dell'esplosivo. Non un'affermazione con tanto di condizionale, ma una certezza, senza appello
lo stralcio del documento (foto l unione sarda)
Lo stralcio del documento (foto L'Unione Sarda)

La carta intestata è quella del ministero dell'Interno. L'appunto riservato è per il ministro in persona. Il protocollo inchioda la data, 28 febbraio 1992. In quelle 28 righe c'è una delle pagine più buie della storia italiana. Documento impolverato, consunto dal tempo, dimenticato, ignorato e sottovalutato da tutte le inchieste che in trent'anni si sono susseguite nel vuoto di una giustizia negata. Il testo è impresso con chiarezza espositiva di rara perizia. L'autore dell'informativa, certamente uno dei vertici del più delicato dei ministeri dello Stato, non ha lasciato trascorrere troppo tempo dall'incontro che si è consumato il giorno prima su una delle stragi più oscure del Paese. Il vertice ha messo intorno al tavolo i direttori centrali della Polizia criminale e della Polizia di prevenzione. Con loro Luigi De Franco, titolare dell'inchiesta su quello che viene spacciato come «l'incendio del traghetto Moby Prince».

Polizia scientifica

Cosa ci facevano i massimi responsabili della Polizia criminale e di prevenzione ad un vertice sulla strage del traghetto che la notte del 10 aprile del 1991 ha fermato addosso alla superpetroliera Agip Abruzzo? La risposta è tutta nel secondo capoverso di questa missiva destinata a Vincenzo Scotti, ministro in carica in quel momento. All'ordine del giorno del delicatissimo vertice c'è la perizia svolta da esperti del servizio di Polizia scientifica sulla scena del disastro. Ad entrare nelle cavità della nave, tra lamiere contorte dal fuoco e ambienti solo anneriti, sono i più esperti della polizia di Stato. Il responso è tanto agghiacciante quanto da tenere sotto traccia.

La prua della nave (foto L'Unione Sarda)
La prua della nave (foto L'Unione Sarda)

Esplosivo a bordo

Scrivono gli esperti: «Si sono evidenziate tracce di esplosivo di uso civile, rinvenuto all'interno di un locale a prua della nave, ove probabilmente alcuni istanti prima della collisione, avvenne una deflagrazione». L'appunto riferisce al ministro l'esito della riunione riservata: «Le indagini, che al momento escludono la pista terroristica, sono rivolte ad accertare se alla base del fatto vi possa essere stata un'azione intimidatoria di natura estorsiva oppure il casuale scoppio di materiali esplodenti abusivamente trasportati a bordo». È da quella nota per il capo del Viminale che emerge l'esistenza di una relazione dettagliata degli uomini della Scientifica che hanno passato al setaccio la Moby Prince ormai devastata dal disastro. Il carattere tipografico del documento è figlio del tempo. Ne riproduciamo uno stralcio integrale. Il contenuto è esplosivo, in tutti i sensi. Scrivono gli analisti della Direzione centrale della Polizia scientifica: «I dati analitici ottenuti con le diverse tecniche hanno permesso di identificare i seguenti composti: i primi cinque sono tipici di composizioni esplosive ad uso civile, denominate come gelatine-dinamiti, mentre gli altri due sono presenti soprattutto in esplosivi militari e in plastici da demolizione (Semtex). È stato accertato che le sostanze identificate, con la sola eccezione del nitrato di ammonio, sono tutti esplosivi ad alto potenziale, sia singolarmente che in miscela».

L'esplosione

Dunque, secondo il consulente tecnico, Alessandro Massari, della Polizia criminale e scientifica, nel locale che conteneva il motore dell'elica di prua c'era dell'esplosivo. Non un'affermazione con tanto di condizionale, ma una certezza, senza appello. Nell'inchiesta intervengono anche i tecnici della Marina Militare, altro ministero, sempre dello Stato italiano, ma questa volta della Difesa. Il responso tecnico degli uomini con le stellette marine è diverso. La ricostruzione non prende in esame le tracce di esplosivo ma solo gli effetti. Per i militari a generare quelle esplosioni sarebbero stati i gas del petrolio Iran Light contenuto nella stiva dell'Agip Abruzzo. La Scientifica della Polizia di Stato lo esclude senza mezzi termini: «La non uniformità delle deformazioni si evince chiaramente dall'esame del disegno del locale. Questa evidenza escluderebbe già l'esplosione da gas la cui principale caratteristica è quella della uniformità delle deformazioni derivante da un'esplosione di tipo sferoiforme. L'esplosione del gas può essere escluso esaminando attentamente l'impianto di areazione del locale». Parole soppesate, messe nero su bianco e trasmesse al ministro in persona. Con una conclusione che avrebbe dovuto imprimere ben altra storia a questa strage impunita. Quella relazione ignorata scolpisce una tesi senza appello: «Considerando l'elevata probabilità che cinque degli esplosivi provengono da un esplosivo commerciale per uso civile, mentre gli altri due da un esplosivo plastico e da una miccia detonante, si può affermare di essere in presenza di un congegno esplosivo al quale manca, per essere completo, solo il detonatore».

Un'altra storia

Documenti che assumono oggi tutta un'altra rilevanza alla luce di quel che emerge dal profondo criminale intorno a questa strage. Almeno due sono gli elementi che fanno sobbalzare le Procure, a partire dalla Direzione distrettuale Antimafia di Firenze che ha riaperto il dossier Moby Prince. Il primo è legato ad un cablogramma dell'intelligence militare italiana, l'ex Sismi, vincolato sino a poco tempo fa al segreto di Stato. La commissione d'inchiesta sullo smaltimento illecito dei rifiuti ne ha chiesto e ottenuto la desecretazione. I servizi segreti militari il 3 aprile del 2003 avevano fatto recapitare alla Divisione ricerca e anti proliferazione elementi devastanti su un intreccio di armi, rifiuti e mafia. È in uno di quei sessanta dossier svincolati dal segreto di Stato che spunta la strage del Moby Prince. Il contesto è inquietante e allo stesso tempo ignorato per quasi trent'anni. Gli 007 scrivono senza mezzi termini che la strage del traghetto si inquadra in una «mappa concettuale» dedicata al «traffico di materiale bellico recuperato, di scorie nucleari e di armi». A questa svolta se ne aggiunge un'altra: il super pentito della 'ndrangheta Filippo Barreca, a giugno di quest'anno, in piena emergenza Covid, avrebbe vuotato il sacco su quanto succedeva nel porto di Livorno e i legami con la tragedia del Moby Prince. Gli inquirenti stanno tentando di mettere insieme i tasselli di quel teatro di malaffare, armi e traffici vari nella rada del porto toscano.

'Ndrangheta a Livorno

Un dato appare certo: nel 1991 la 'ndrangheta gestiva i traffici illeciti in quello specchio acqueo. Barreca, che dell'organizzazione criminale era un esponente di primo piano, secondo gli inquirenti, conosce fin troppo bene quei traffici nei quali potrebbe aver avuto un ruolo non marginale. Intrecci spaventosi, dalle navi americane in rada davanti alla base militare di Camp Darby, alla nave somala coinvolta nel traffico di armi e ai legami con le navi affondate nel Mediterraneo cariche di rifiuti. Una di queste, la Jolly Rosso, come riporta la commissione d'inchiesta sullo smaltimento illecito di rifiuti, finì spiaggiata sulla costa di Amantea, in Calabria. Quando gli inquirenti andarono a cercare gli uomini dell'equipaggio per interrogarli su quel traffico di rifiuti non li trovarono nelle loro case. Uno di loro era morto a bordo della Moby Prince. Era il marconista che quella drammatica notte aveva lanciato l'ultimo May Day, May Day.

Mauro Pili

© Riproduzione riservata

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