CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

la storia

Ergastolo da scontare in una cella americana: "Chico Forti deve riavere la sua libertà"

L'amico sardo Roberto Fodde si batte da 15 anni per dimostrare che l'italiano, accusato di omicidio a Miami, è innocente
chico forti (a sinistra) e roberto fodde (foto inviata dall intervistato)
Chico Forti (a sinistra) e Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)

È tornata a galla, dopo mesi di silenzio, l'intricata vicenda di Chico Forti, l'italiano rinchiuso da 20 anni in un carcere degli Stati Uniti, dopo una condanna per l'omicidio di un uomo. Pende su di lui un ergastolo.

Da molti ritenuto innocente fin da subito, non c'è stato verso finora di ottenere una revisione del processo nonostante le molte istanze di amici, avvocati e altre persone che conoscono la vicenda. "Fosse stato un americano in un carcere italiano, ci avrebbero messo un attimo a riportarlo in Patria", dicono. Ma per l'italiano non è andata così.

Chico - Enrico è il vero nome - è nato a Trento nel 1959. Dopo essersi trasferito negli Usa, si è sposato con una modella californiana e ha avuto tre figli, che oggi hanno 25, 23 e 21 anni. Non li ha visti crescere, li conosce praticamente solo attraverso i racconti della moglie. Quella che ha sofferto di più, ha spiegato Forti, è stata la primogenita: "Aveva quasi 5 anni quando mi hanno arrestato, è colei che non può dimenticare i baci della buona notte e le sue sveglie sussurrate con il sorriso sulle labbra ogni mattina".

I suoi guai cominciano quando Dale Pike, un uomo col quale aveva un appuntamento in aeroporto, viene trovato morto nella spiaggia di Sewer Beach, a Miami. È il 16 febbraio del 1998. In testa due colpi di calibro 22. I sospetti ricadono subito su Forti, per via di quell'appuntamento. L'arma non è mai stata ritrovata, prove a suo "scarico" - a detta di molti - non sono state prese in considerazione al processo, al termine del quale si è visto infliggere una condanna all'ergastolo. Una pena che starebbe scontando "da innocente".

In tutti questi anni ha ricevuto sostegno e amicizia anche da un sardo, il sassarese Roberto Fodde, che vive da tempo a Miami. Ha vissuto a Cagliari fino alla laurea in Giurisprudenza, e terminato il servizio militare si è trasferito a Milano e poi in Florida. Lì si occupa di media, produzione audio-visuale, cinematografia, fotografia e stampa. Dal 2005 è impegnato nella battaglia legale insieme a Forti, che ha conosciuto grazie alla comune passione per il windsurf, e si è battuto in ogni modo per tenere vivo il caso portandolo in televisione e sui giornali.

Come sta Chico?

"Attualmente il carcere in cui è rinchiuso mi permette di andarlo a trovare (lo fa da 15 anni a questa parte, ndr), ma per un anno non ho potuto farlo perché non venivano ammesse visite esterne. Si tratta di una struttura più piccola rispetto alla precedente e con meno gang pericolose all'interno. Ora non si occupa più di insegnamento nelle classi di re-entry, come faceva, ma gli hanno assegnato mansioni generiche che vanno dall'aiuto in biblioteca ai computer, dalla riparazione dei tetti o dei cavi di fibre ottiche alla distribuzione di prodotti di pulizia nelle celle. Insomma, lo tengono occupato tutto il giorno".

Tempo libero?

"Quando ce l'ha scrive della sua lotta per la libertà".

Roberto Fodde (a destra) insieme a Chico Forti (foto inviata dall'intervistato)
Roberto Fodde (a destra) insieme a Chico Forti (foto inviata dall'intervistato)

Come vi siete conosciuti?

"Era un windsurfer di fama internazionale e io ero appassionato dello stesso sport. Quando ho saputo del suo arresto, attraverso giornali e tv locali che appoggiavano le accuse, mi sono convinto ad andare a fondo. In pratica era stato condannato per un concorso in omicidio motivato dall'ingordigia di voler comprare un hotel a Ibiza a un prezzo di molto inferiore al valore reale. Mi sono messo l'animo in pace".

Poi?

"Trascorsi cinque anni dalla sentenza, Pietro Porcella, un amico sardo che conosceva molto bene Chico per averlo seguito come giornalista durante la coppa del mondo di windsurf, mi ha segnalato a Vincenzo Baglione, amico di Chico e presidente del club Albaria di Palermo, e al giudice palermitano Lorenzo Marassa come aiuto logistico durante la loro permanenza a Miami e per la ricerca di materiale per scrivere un libro sulla vicenda. La semplice conoscenza è diventata una sincera amicizia che ci ha uniti nel cercare prove e documenti al fine di dimostrare che Chico non ha avuto un giusto processo".

Qual è stato il suo ruolo?

"Vivendo a Miami e avendo dimestichezza con documenti legali non mi è stato difficile collaborare con gli avvocati e con gli investigatori per 'scavare' in tutto quello che non si conosceva del caso. Poi, visitandolo spessissimo in carcere, potevo discutere con lui dei vari documenti e fare da trait- d’union con l'esterno. Noi sardi siamo esperti minatori! Conoscendo Chico a fondo, pian piano siamo divenuti amici e la lotta per la sua libertà è diventata una priorità nella mia vita, da sempre guidata da principi di giustizia. Chico Forti è innocente e deve riavere la sua libertà".

Roberto Fodde (a sinistra) e Chico Forti (foto inviata dall'intervistato)
Roberto Fodde (a sinistra) e Chico Forti (foto inviata dall'intervistato)

Cosa l'ha convinta al 100 per cento?

"Non esiste alcuna logica che possa dar fondamento alle accuse del Procuratore. Per poter arrestare Chico è stato identificato il movente nel fatto che avrebbe voluto imbrogliare Tony Pike, proprietario di un albergo a Ibiza, offrendogli un prezzo inferiore al valore reale. Il figlio Dale si sarebbe opposto e, venendo a Miami per discuterne con Chico, sarebbe stato eliminato da quest'ultimo o da più persone per non impedire il raggiro".

Altri elementi?

"In un secondo momento nel processo si è parlato di un prezzo di 5 milioni di dollari (da dove lo inventano?) che il figlio di Tony Pike sarebbe venuto a riscuotere ma che Chico non aveva, e per questo lo avrebbe eliminato o fatto eliminare... L'assurdità di tutto si capisce appena si leggono i vari documenti sia del processo sia quelli che non sono stati portati in aula. Sono più di 50mila pagine per un'investigazione durata più di 2 anni con un processo di 24 giorni".

Chico quindi non è coinvolto nell'omicidio?

"Se avesse premeditato di eliminare Dale, sicuramente non sarebbe andato all'aeroporto con decine di camere e testimoni. Il cadavere è stato trovato nudo su una spiaggia che era chiusa e inagibile per un recente tornado e a lato del corpo sono stati recuperati elementi inseriti ad hoc per identificarlo, come la carta di imbarco aereo, un visto di entrata della dogana, una carta telefonica, un bracciale con il nome, in modo che immediatamente si potesse dare una identità alla vittima. Se fosse stato Chico, premeditando o eseguendo in concorso con altre persone, che senso avrebbe avuto creare tutta questa messinscena?".

Chico Forti e Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)
Chico Forti e Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)

C'è altro però.

"Se Chico fosse stato coinvolto nel piano criminale sicuramente non sarebbe andato volontariamente dalla polizia per parlare della sua conoscenza con il padre della vittima, senza un alibi né un avvocato. È una persona super intelligente e brillante, non è un idiota".

E per quanto riguarda l'arma?

"Una calibro 22, due colpi precisi alla nuca. L'accusa ha fatto presente che, prima dell'omicidio, a ottobre Chico aveva pagato con la sua carta di credito l'acquisto di una pistola calibro 22 e di un fucile calibro 22 a Thomas Knott, un tedesco che era a quel tempo un amico o almeno buon conoscente e che poi si è rivelato il suo più accanito nemico proprio in concomitanza con questo delitto. Premetto che la calibro 22 è una pistola che mai viene acquistata per legittima difesa o per offesa, è una pistola di piccolissimo calibro da tiro a segno, per tirare ai barattoli, e infatti era stata venduta da un negozio di sport non da una armeria. Però, a detta di tutti gli esperti balistici e medici legali, può essere anche usata ed è stata usata da serial killer e professionisti come agenti dei servizi segreti che possono raggiungere una precisione estrema senza fare molto rumore e addirittura a bordo degli aerei in quanto il proiettile non passerebbe la struttura con rischio conseguente del crollo di pressione e salverebbe l'integrità del volto della vittima che si vuole far riconoscere".

Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)
Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)

Quindi?

"La pistola è stata acquistata da Knott e pagata da Chico unicamente perché Knott non aveva i soldi con sé e gli ha chiesto un favore... ma in ogni caso è stata comprata mesi prima che Tony Pike apparisse a Miami. Sarebbe questa la premeditazione?".

Cosa ci può dire sulla storia dell'hotel?

"Chico aveva legalmente acquistato con atto notarile a Ibiza il 5% dell'albergo e aveva redatto una lettera di intenti (non un contratto di vendita) con Tony Pike per eventualmente acquistare con un piano di pagamenti nei 6 mesi successivi, permute con appartamenti a Miami, e acquisizione di debiti il resto delle quote, ma nella sua visita a Ibiza era andato alla banca locale per aprire assieme a Pike un nuovo conto bancario per la gestione dell'hotel sul quale Pike aveva la firma per disporre delle entrate e dei pagamenti, e sarebbe rimasto con la funzione di manager. Quale persona pianifica una truffa e tiene il 'truffato" come manager?".

Le prove contro di lui?

"Praticamente inesistenti: nessun DNA, nessuna impronta digitale, nessun testimone che lo abbia accusato con elementi concreti, nessuna registrazione video o audio che lo incastri, nessuna lettera... niente di niente. La sua condanna è stata data in base a una legge che ritiene che tutte le persone che a qualsiasi livello siano coinvolte in un piano criminale debbano avere la stessa punizione di quella data al principale artefice. In questo caso Chico non è l'assassino, non è il mandante e non hanno nessuna prova della sua partecipazione al piano criminale".

Qualcosa Chico deve aver sbagliato.

"Sì, quando è andato volontariamente alla polizia per parlare della sua relazione con il padre della vittima, ha mentito dicendo che non aveva incontrato all'aeroporto Dale Pike, che il volo era in ritardo e che, nonostante una lunga attesa, l'uomo non era arrivato. Una bugia dettata dal panico di vedersi ascoltato non come testimone ma messo sotto torchio e interrogato come un sospettato e senza aiuto legale. Quindi per paura di essere arrestato ha raccontato la storia che poi il giorno seguente ha ritrattato. E per la legge americana questo dovrebbe impedire che venga mai usata contro di te in un processo. La menzogna invece è stata tirata fuori con una cattiveria inaudita dal prosecutor nella sua arringa finale con effetto disastroso sulla giuria: Chico è stato condannato - all'unanimità - per aver preso Dale all'aeroporto e averlo lasciato, a Key Biscayne, a una persona sconosciuta che poi lo avrebbe ucciso o fatto uccidere. Avrebbe mentito perché sapeva che Dale avrebbe fatto una brutta fine".

Chico Forti e Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)
Chico Forti e Roberto Fodde (foto inviata dall'intervistato)

Dove sarebbe allora il vero assassino?

"Non è mai stato trovato né cercato... una volta condannato Chico, la polizia ha chiuso le indagini pur sapendo che non era lui l'artefice del crimine".

Gli avvocati hanno presentato ricorso?

"C'è stato un appello che è stato rigettato, una 'post conviction relief' negata con tutte le varie mozioni, una Habeas Corpus che è un ricorso molto forte ma che stranamente e assurdamente è stato presentato in ritardo di alcuni giorni dai migliori avvocati di Miami, e mai ammesso in corte per una nuova discussione (come spesso avviene in casi di minimi ritardi). Insomma per il sistema americano lui avrebbe esaurito le sue carte con la sentenza passata in giudicato".

Cosa si può fare a questo punto?

"Si può tentare di riaprire il caso con nuove prove che non sono mai state presentate e che non sono mai state a disposizione dell'accusa né nella difesa. Ma il giudice può sempre rigettare immediatamente senza neanche analizzare la domanda".

Se invece acconsentisse?

"Occorrerebbero anni di re-istruzione del caso dopo più di 20 anni, con costi molto alti sia per lo Stato che per la famiglia di Chico e chiaramente non c'è una grande predisposizione in questo senso perché molti errori verrebbero a galla, col rischio che in caso di assoluzione si richieda un altissimo risarcimento danni. Però questa difficoltà può anche, per assurdo, venire a favore perché una volta annullata la condanna il giudice può ritenere opportuno non re-istruire il caso ed evitare costi addizionali per i Tax Payers ed emettere una sentenza di time served, cioè non lo dichiarano innocente ma lo liberano per 'aver eseguito la condanna che viene automaticamente commutata da ergastolo al tempo che ha già trascorso in prigione'.

E poi?

"Farlo rientrare in Italia con la convenzione di Strasburgo per scontare la pena in patria: questa soluzione Chico avrebbe potuto chiederla anni fa dopo solo 10 anni di carcere, ma prevede l'accettazione della colpevolezza e la ratifica della sentenza da parte dell'Italia che dovrebbe condannarlo a una pena simile e fagli trascorrere la detenzione nel proprio paese. Questa procedura dura almeno 2 anni e può essere bloccata in ciascuno dei vari passaggi (dal carcere allo State Attorney, all'Attorney general della Florida a Washington, all'ambasciata, al Governo). Se poi tutti i passaggi vengono confermati, l'ultima parola sul trasferimento spetta alla famiglia della vittima che può opporsi. Con una dichiarazione di colpevolezza è difficile continuare a lottare per dimostrare la tua innocenza".

Altri modi?

"Una 'Clemency' al Governatore della Florida, poiché la condanna di Chico è statale e non può essere chiesta una grazia al Presidente; o, ancora, una pressione diplomatica italiana supportata da un’azione legale negli Usa per dimostrare un errore giudiziario. E c’è anche il caso di una sorta di scambio: abbiamo liberato senza condizioni prigionieri americani ai quali il nostro Presidente ha concesso immediatamente la grazia dopo una richiesta di Obama. Se uno Stato vuole qualcuno che è stato condannato in un altro Paese si può 'saltare' il sistema giudiziario. Dopo 20 anni un detenuto comincia a costare troppo, può ammalarsi, ha spesso bisogno di assistenza psicologica, insomma per assurdo si toglierebbero un gran peso restituendoci Chico ed evitando con una sentenza di Time Served che lui chieda un risarcimento altissimo e meritatissimo".

Cosa vorrebbe Chico adesso?

"Una giornata con i suoi figli, che dopo 20 anni vale per lui molto più di qualsiasi cifra gli venisse offerta a titolo di risarcimento".

Sabrina Schiesaro

(Unioneonline)

© Riproduzione riservata

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