CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

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La politica senza laurea: il commento di Aldo Berlinguer

Quel titolo di studio è necessario per svolgere ruoli quali ministro, sottosegretario o assessore regionale?
aldo berlinguer (archivio l unione sarda)
Aldo Berlinguer (Archivio L'Unione Sarda)

Appena formato il Governo è caccia ai curricula dei nuovi scelti, alcuni presi di mira perché non laureati. In qualche caso, le invettive sono di livello talmente basso da non meritare commento. È solo odio e intolleranza? oppure una domanda, al fondo, non trova risposta? Mettiamola così: è congruo, ancora oggi, che ai più alti livelli di governo siedano persone non laureate? Secondo alcuni sì: dicono che ministro, sottosegretario, assessore regionale ecc. sono ruoli di indirizzo politico, non amministrativo; quindi perché una laurea se le scelte tecniche le fanno i dirigenti?

Si dice anche che una laurea non fa uno statista, portando illustri esempi del passato (più che del presente), come Giuseppe Di Vittorio, che non era laureato. Qualcuno aggiunge che l'esperienza sul campo, specie in politica, vale come mille lauree, che la Costituzione non accetta simili requisiti e che richiedere una laurea sarebbe classista: significherebbe escludere i poveri, chi non ha potuto studiare.

A queste obiezioni si potrebbe controbattere che i ruoli di governo determinano le scelte amministrative, che un politico che non sa se una cosa si può fare o no, ed è costretto a chiederlo al dirigente, si consegna interamente nelle mani di quest'ultimo, incrementandone il potere interdittivo (già enorme); che chiedere ai partiti di preferire i laureati non sarebbe certo incostituzionale e che proprio la Costituzione garantisce il diritto di studio ai capaci e meritevoli, ai quali (non a caso) vengono date le borse di studio. Quindi nessun classismo, solo voglia di studiare.

Potremmo anche citare altrettanti nomi illustri (non solo di politici ma) anche di filosofi, letterati, scienziati che in passato non erano laureati (sarebbe impensabile oggi), come Galileo Galilei (che non ottenne una delle 40 borse per studiare a Pisa), Benedetto Croce, Eugenio Montale o Federico Fellini.

Ma forse basterebbe accorgersi che il mondo è cambiato rispetto ai tempi di Di Vittorio, che oggi per molti studiare è possibile e che siamo in una società tecnologica globale ove l'economia pervade la politica e ove sono richieste crescenti competenze tecniche. Basterebbe notare che la UE, non a caso, ha scelto (senza ancora riuscirci) di diventare l'economia basata sulla conoscenza più grande al mondo. Quindi se vogliamo tornare ad essere competitivi, evitare che i politici continuino a recitare (magari via twitter) frasi fatte, superare quest'ondata di improvvisazione istituzionale e orientare la pubblica amministrazione a ragionare per obiettivi, non per atti, non possiamo più scindere la politica dalla tecnica.

D'altra parte, è vero: la laurea dev'essere anch'essa un reale processo formativo, nozionistico quanto basta ma soprattutto metodologico; un percorso che dia strumenti per apprendere le chiavi interpretative dei fenomeni di oggi e di domani, aprendo la mente a chi la ottiene.

Purtroppo però, oggi è ben diversa l'Italia che abbiamo davanti. Ce lo conferma il Report Istat sulla conoscenza 2018 ove appariamo ultimi in Europa per popolazione laureata tra i 25 e i 64 anni, unico paese in cui i laureati sono sotto il 20% della popolazione e in cui decrescono gli occupati ad alta specializzazione.

E allora c'è forse da domandarsi: è appetibile il nostro percorso universitario? Offre reali sbocchi occupazionali, magari di prestigio? È utile a formare le nostre classi dirigenti? Cosa pensano gli specializzandi, i ricercatori, ma anche gli imprenditori, i professionisti nel vedersi governati da persone non scolarizzate? Ci rende orgogliosi vedere i nostri massimi rappresentanti in incontri internazionali balbettare (senza vergogna) un inglese casereccio incomprensibile e pieno di errori? o commettere continue gaffes in grammatica, storia o geografia? È vero, gli insulti o gli improperi vanno censurati, sono incivili e pure controproducenti. Ma certi comportamenti (ormai all'ordine del giorno) sono, per noi tutti, altrettanto insultanti. E allora? Forse una laurea migliorerebbe la situazione? A mio sommesso avviso sì, una laurea migliore sì.

Aldo Berlinguer

(Università di Cagliari)

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