Le ragioni di un trionfo: il commento di Mario Sechi
Il successo di Salvini si riflette nell'insuccesso di Di Maio: fare l'opposizione al governo di cui si fa parte è un paradosso che nessun elettore può accettarePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Una grande e solitaria vittoria, una gigantesca sconfitta, un sorpasso per inerzia e demerito altrui. Questa è la sintesi del voto europeo. Il trionfo di Salvini è il centro del "maelström", intorno ruotano le altre figure, allegorie della storia politica contemporanea. Il quadro europeo è più terremotato di quanto si immagini e lo scenario è uno dei laboratori alchemici del Signor Zeitgeist, lo spirito del tempo.
La Lega da domenica sera ha numeri da Democrazia cristiana, la mitica Balena Bianca. Luigi Di Maio, nei panni del capitano Achab, ha cercato di arpionare Moby Dick e come Gregory Peck nel film del grande John Houston è stato trascinato a fondo con la sua ossessione.
La chiave del successo di Salvini è riflessa nell'insuccesso di Di Maio: pretendere di fare l'opposizione al governo di cui si fa parte è un paradosso che nessun elettore può accettare senza sentire lo stridore del linguaggio, la posizione artefatta, l'opportunismo senza un disegno.
Sei nella stanza dei bottoni e dici che quel bottone non va schiacciato, sei in Consiglio dei ministri e parli la lingua del "contrarian". Non ha funzionato neanche un po' e il bastimento che sventola la bandiera a Cinque Stelle è colato a picco. La politica può essere fin troppo disinvolta e camaleontica, ma alla fine ritrova una dimensione logica.
Salvini è l'uomo del momento, ha nuotato in un mare in tempesta, aveva contro tutto il piccolo establishment italiano.
La magistratura puntualmente si è interessata al suo partito con cura certosina, gli industriali lo hanno immaginato come una ruspa che prima o poi avrebbe rotto i cingoli, la gerarchia ecclesiastica ha scomunicato il suo rosario esibito sul palco a Milano dimenticando che esistono milioni di fedeli che votano Lega (e forse dovrebbe chiedersi perché sono là sotto il palco e non in Chiesa), è arrivato il fascismo, si è fatta una sceneggiata perfino al Salone del Libro (davvero un bel risultato, complimenti), mancava solo l'accusa di provocare lo scioglimento dei ghiacci.
Quanta cecità nella lettura del presente.
Salvini, lo abbiamo scritto, è un politico che deve fare un passo verso la moderazione, ma iscriverlo al nutrito club dell'irrilevanza è un grave errore. È un figlio del suo tempo, il leader della Lega, un'epoca fatta di velocità - e certo, approssimazione e mediocritas - intensità e compressione della storia.
Quando un partito supera quota 30 per cento comincia la fase più difficile: mantenere il consenso, allargarlo, diventare più "rotondo", aperto ai contributi dall'esterno, capace di rinnovarsi mantenendo lo spirito delle origini.
Pochi ci riescono, non è detto che Salvini sia capace di farlo, ma non ci sono dubbi che questo leader ruspante abbia fiuto e talento politico. Cominciò la sua corsa con un partito moribondo sotto il 5 per cento, ha attraversato un cammino di rovi, guai seminati dall'ultima stagione del cerchio magico di Bossi, con il Senatur in disarmo, e dal 2013, dopo sei anni, la cifra balza al 34 per cento. La Lega, come tutti, un giorno deluderà, gli inglesi fecero fuori Winston Churchill e Margaret Thatcher, gli italiani non sono da meno, mandarono all'oblìo Alcide De Gasperi e guardate cosa accadde a Bettino Craxi che osò sfidare il duopolio democristiano e comunista. La politica è bellissima e crudele.
E il Pd? Zingaretti si è salvato per inerzia, ha superato i Cinque Stelle ma guida un partito asincrono rispetto alla storia, con idee fuori tempo massimo e un linguaggio da robot del Novecento. Non è autosufficiente e lo spazio del centrosinistra non esiste, non ci sono i numeri neanche per sognare. Lo scenario è perfettamente in linea con la frammentazione europea, il declino dei partiti socialdemocratici, la vittoria del Brexit Party in Inghilterra, di Marine Le Pen in Francia, il crollo della Spd e l'ascesa formidabile dei Verdi in Germania, le vittorie dei nazionalisti in Polonia e Ungheria. Il Parlamento è a maggioranza europeista, le nazioni sono conservatrici, con grandi problemi e alle prese con il gotico fiammeggiante della politica dell'identità. Vedremo presto questo cortocircuito scintillare a Bruxelles.
La Lega con questo risultato si piazza al centro della scena e attende l'evento e la maturazione del tempo. Per fare cosa? Il prossimo passo, con calma, sarà la premiership di Salvini. E vedremo come arriverà. Di Maio e i Cinque Stelle non possono far altro che stare fermi di fronte al ruggito leghista, Salvini gli ha lasciato il cerino in mano con una tanica di benzina legata alla sedia. I grillini non possono aprire la crisi, verrebbero spazzati via e ora sono tormentati dal dilemma del "che fare?" di Lenin, con il lieve dettaglio che non sanno cosa sia la Rivoluzione d'Ottobre.
No, il Palazzo d'Inverno non si prende con i like.
Post scriptum. Dimenticavo il bollettino meteo. Non abbiamo eletto alcun parlamentare europeo: Sardegna non pervenuta.
Mario Sechi
(Direttore di "List")
