ECONOMIA

l'inchiesta

Il boicottaggio alle imprese sarde pesa sul futuro di Moby-Tirrenia

La notizia del sequestro di 55 milioni di euro dai conti correnti di Onorato ha fatto sobbalzare tutti i tavoli dell'alta finanza
(ansa)
(Ansa)

Lo scacchiere della finanza si muove con la velocità del coronavirus, dalla city finanziaria di New York al Palazzo Spada di Roma, sede del Consiglio di Stato, dalla Borsa di Lussemburgo alla dorata Porto Cervo. Il contagio è frenetico, basta che si muova un tassello per far franare tutto il resto. La scacco matto dei trasporti sardi via mare si gioca in tre mosse: city finanziaria, tribunali e palazzi del potere. La notizia del sequestro di 55 milioni di euro dai conti correnti di Onorato ha fatto sobbalzare tutti i tavoli dell'alta finanza, dalle banche italo-francesi ai fondi avvoltoio della city americana.

Una mossa obbligata

Lo Stato italiano ha fatto la prima mossa, obbligata: recuperare una parte dei 180 milioni di euro che Onorato si era "dimenticato" di pagare per l'acquisto di quella che fu la Tirrenia di Stato. Una stecca che non poteva cadere nel dimenticatoio e che i commissari liquidatori avevano l'obbligo di recuperare in ogni modo. L'intreccio delle garanzie, però, ha messo in allarme banche e obbligazionisti. Un pacchetto complessivo di debiti da 588 milioni di euro, esclusi i 180 dello Stato, che cerca risposte e, soprattutto, denari. La prima mossa spetta ai fondi avvoltoio, soprattutto americani, quelli che hanno comprato per quattro soldi le obbligazioni di un bond da 300 milioni di euro dato per spacciato e con un valore deprezzato del 70%. I tempi per pagare gli interessi del bond, le cosiddette cedole, sono scaduti il 15 febbraio scorso. La famelica finanza, però, concede 30 giorni per riflettere e trovare qualche soluzione. Lo chiamano periodo di grazia, il Grace period. Onorato lo brucia in parole e omissioni. E non paga.

«Non possiamo saldare il debito»

Alle 17.35 del 17 marzo la flotta di Onorato finisce in secca, nel cuore finanziario del Lussemburgo, dove 4 anni prima aveva osato chiedere un prestito esorbitante da 300 milioni di euro, soldi liquidi per comprare la Tirrenia, la stessa compagnia che non ha mai finito di pagare. Un comunicato secco della Moby alla Borsa annuncia: non possiamo pagare il debito. A questo punto bastano due telefonate e la fine è segnata: la prima alla più importante agenzia di rating al mondo, Moody's, che in un nanosecondo e automaticamente declasserà il rating, il valore della società, da SD, fallimento selettivo, a D, fallimento. Un meccanismo automatico codificato nelle regole dell'alta finanza: se non hai pagato le cedole/interessi del bond da 300 milioni vai in fallimento. La procedura prevede una seconda telefonata, che non allunga la vita, anzi. Ogni obbligazionista, può, in qualsiasi momento da questo istante rivolgersi al Security Agent con una disposizione secca: escutere le garanzie, ovvero farsi pagare senza se e senza ma. C'è un margine, assottigliatosi come non mai in queste ultime ore. I mercati chiedono un cambio di passo che Onorato non vuole sentire. Debtwire, l'agenzia mondiale finanziaria del gruppo Financial Times, riporta una voce confidenziale: «Moby deve proporre agli obbligazionisti e alle banche un piano credibile in cui prevede un cambio radicale di governance e un nuovo management alla guida della compagnia. A questo deve aggiungere aziende terze, potenzialmente nuovi armatori». Vogliono, insomma, la testa di Onorato, per salvare la compagnia, con una proroga del debito e magari nuovi denari. Dopo il sequestro dei 55 milioni da parte dello Stato la paura di restare senza niente in mano dilaga come un virus e non è da escludere che le nuove mosse siano tutte nello scacchiere della finanza americana. L'agenzia di investigazione finanziaria Reorg, del gruppo Bloomberg, lascia trapelare l'intento degli obbligazionisti: un nuovo appello ai giudici fallimentari, questa volta con la certezza del risultato.

Consiglio di Stato, l'attesa

La seconda mossa nello scacchiere dei trasporti sardi si gioca a Palazzo Spada, Roma, sede del Consiglio di Stato. Il Tar del Lazio aveva chiesto all'Autorità Garante per la Concorrenza di rivedere la multa da 29 milioni di euro inflitta a Onorato per boicottaggio diretto e indiretto verso le imprese sarde. L'Antitrust non ci sta e chiede all'alta corte amministrativa di confermare in tutto e per tutto la sanzione, senza alcuna rimodulazione. La sentenza potrebbe arrivare da qui a poco e per la Moby sarebbe il secondo colpo di grazia. In ballo c'è, però, una partita da far accapponare la pelle. Giocata tutta nei porti sardi. Le intercettazioni della Guardia di finanza hanno messo a nudo un sistema documentato in ogni singolo passaggio e messo nero su bianco nella sentenza dell'Autorità garante. Uno o più soggetti, inviati dalla Moby, avevano il compito di presidiare le banchine delle navi altrui. Annotavano le targhe dei mezzi che salivano a bordo. Le trasmettevano alla base operativa di Moby. Verificate le corrispondenze delle targhe con le varie ditte sarde di trasporti facevano scattare «i boicottaggi diretti» alle imprese sarde.

Non c'è posto per i "traditori"

Se il giorno dopo uno dei loro camion si presentava all'imbarco delle navi Moby o Tirrenia la risposta era netta: la nave è piena. Nonostante avessero la prenotazione e la nave fosse semivuota. Poco importava che le merci fossero deperibili. I «traditori», è scritto nella "sentenza" del Garante, dovevano essere puniti. Una volta le cisterna del latte, un'altra volta bastava la sola livrea sarda del camion per far scattare la "punizione": voi restate a terra, nonostante la nave sia vuota. Tutto scritto in veri e propri ordini di servizio che la Guardia di finanza ha sequestrato nelle mail di Moby-Tirrenia, con tanto di ilarità aggressiva scritta e verbale degli interlocutori interni alla compagnia di Onorato. Un vero e proprio attacco alle imprese sarde, nonostante il servizio pubblico pagato dallo Stato con 72 milioni di euro all'anno. Infine, i palazzi del potere e il silenzio assoluto sulla terra di confine tra gli interessi pubblici e quelli di famiglia, soprattutto quando all'appello manca una montagna di denaro.

Gli investimenti a Porto Cervo

Sotto la lente dei giudici fallimentari, per esempio, finiscono i soldi della compagnia di navigazione destinati all'acquisto di immobili a Porto Cervo per conto della società e poi affittati, guarda caso, allo stesso presidente della Moby, quel Vincenzo Onorato che si liquida stipendi da 3 milioni di euro all'anno e se li fa anticipare senza colpo ferire per altri tre anni. Come se la società navigasse nell'oro e i debiti fossero solo un'illusione ottica. Negli anni della grande crisi, dell'indebitamento a manetta, la società spende la bellezza di 4 milioni e mezzo per una "dependance" a Porto Cervo. Cifre criptate, iscritte nei bilanci di società incastrate come matriosche, una sull'altra, per rendere incomprensibile quel fiume carsico di denaro pubblico che si trasforma senza colpo ferire in moneta sonante da proteggere nelle casseforti di famiglia. Vincenzo Onorato ha una marea di debiti da saldare ma non ci pensa due volte ad attribuirsi un compenso da tre milioni di euro all'anno.

La conferma dello "stipendio"

Nel 2018 i crediti della Moby verso Onorato salgono a circa 6 milioni di euro, come emerge dal quadro dei rapporti con le parti correlate. Nonostante le difficoltà finanziarie il patron di Mascalzone Latino si merita ancora 3 milioni di euro di stipendio per il 2018. Nel bilancio dello stesso anno, alla voce "Anticipi a fornitori" compare l'ennesimo anticipo di denaro: cifre da capogiro e nuovo credito verso il presidente del Consiglio di amministrazione per l'elargizione, in pieno 2018, con i conti sempre più in rosso, di un anticipo pari a 4 milioni e 990 mila euro. Tutto regolare? Lo diranno i giudici, quelli civili e non solo. Resta il capitolo finale: che ne sarà dei trasporti da e per la Sardegna? Si attenderà lo scacco matto della finanza o quello della magistratura? Oppure le istituzioni sapranno prevenire e decidere?

Di certo la Sardegna non può attendere.

Mauro Pili

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