ECONOMIA

l'inchiesta

Onorato naviga tra i debiti: così Tirrenia ha perso la rotta

L'annuncio del blocco delle navi Tirrenia è stato l'ultimo colpo di teatro in una commedia infinita
(ansa)
(Ansa)

l blitz scatta a bruciapelo, quando i riflettori sono tutti sul coronavirus. L'annuncio è di quelli shock: Tirrenia si ferma, stop ai trasporti via mare da e per la Sardegna, parola di Vincenzo Onorato. In tempi di carestia e isolamento il proclama del padre padrone di Moby e Tirrenia ha un obiettivo chiaro: scatenare il panico, niente collegamenti, niente cibo, visto che la Sardegna importa l'ottanta per cento di quel che consuma. La guerra per il controllo del mare e del grande affare di Stato per collegare la Sardegna al resto del Paese non conosce tregua.

Il mare come scacchiera

La sfida è giocata a colpi bassi, dall'alta finanza alle aule di tribunale. Una partita a scacchi, con la Sardegna sempre merce di scambio, tra potentati finanziari e lobby di mare. L'annuncio del blocco delle navi Tirrenia è l'ultimo colpo di teatro in una commedia infinita, dove, da sempre, vengono prima gli interessi di armatori e marittimi, di banche e affari. Mai quelli della Sardegna. Quello che appare ai più come un colpo di scena, in realtà è solo l'ennesimo atto di uno scontro campale per spartirsi le spoglie di una convenzione tra Stato e Onorato giunta al suo epilogo finale.

Trasporti, un pozzo profondo

Da New York a Milano, da Roma al Lussemburgo nessuno è preoccupato della sorte dei collegamenti da e per la Sardegna, tutti pensano a come recuperare i soldi di quello che può essere considerato, dopo l'Alitalia, il pozzo più profondo dei trasporti italiani. Una partita che schiera i più grandi studi legali del mondo, quelli che non badano a spese, schierano investigatori privati e quando studiano i bilanci non guardano i numeri ma scrutano le retrovie dei traffici bancari, quelli che nascondono gli spostamenti di denaro. Onorato naviga nei debiti con la stessa maestria con la quale issa le vele di Mascalzone Latino, uno dei suoi tanti hobby milionari. Non si spiega diversamente come possa aver accumulato nel suo portafoglio debiti la ciclopica cifra di 768 milioni di euro (nel documento in alto). Tutti da restituire, una parte consistente già abbondantemente scaduta.

La mossa in piena crisi

È qui, in questa montagna di soldi prestati e non restituiti, che si consuma uno scontro titanico tra chi deve restituire e chi attende di recuperare quanto ha prestato. Per quale motivo Onorato, in piena pandemia, annuncia di bloccare i collegamenti da e per la Sardegna? La risposta è semplice: non ha restituito i soldi che aveva avuto in prestito e nel contempo ha continuato a spostare ingenti capitali dalla Compagnia Italiana Navigazione, Cin, alla sua personalissima cassaforte di famiglia, la Moby. I mercati finanziari non si fidano più, dalle banche agli obbligazionisti del bond, tutti temono lo svuotamento dei conti a favore di una società terza, la Onorato armatori, nata di punto in bianco per gestire le partite più fruttuose.

Il bond per "comprare" Tirrenia

Gli obbligazionisti, coloro che hanno versato uno sull'altro 300 milioni di euro per il bond utilizzato da Onorato per comprare e non pagare l'acquisto di Tirrenia, vivono con la tachicardia fissa e il latente crollo dei nervi. Hanno comprato le quote con un valore 100 e oggi non riescono a portare a casa nemmeno 35, stando alle quotazioni ultime. Sono loro i primi a capire che l'impero che governa i trasporti da e per la Sardegna sta franando. Se ne accorgono con largo anticipo e chiedono al Tribunale fallimentare di Milano la resa dei conti anticipata: fallimento prospettico. In poche parole, applicando la nuova formulazione del codice fallimentare, chiedono al Tribunale di fare i conti in prospettiva per accertare che l'esito sarà un disastro. La partita non va a buon fine. Il Tribunale di Milano è chiaro: la situazione finanziaria di Moby è gravissima ma non ci sono inadempienze consumate. Il fallimento prospettico non può essere riconosciuto.

Un sistema sotto accusa

Quella che appare una vittoria di Onorato, invece, cela quella che diventerà la sua condanna. Poche parole del Tribunale di Milano, inserite nella decisione finale che nega il fallimento, preannunciano la guerra. I giudici di Milano, guidati dal presidente del Tribunale in persona Alida Paluchowski, non lo mandano a dire: sotto accusa c'è il sistema Onorato. La frase che inchioda tutti alle responsabilità è messa nero su bianco nel provvedimento: «... Soprattutto ora che le condotte denunciate, di evidente conflitto di interessi in cui opera l'amministratore, di operazioni con società correlate, prive di serie garanzie di restituzione dei finanziamenti, sono state portate alla luce».

La partita degli aiuti di Stato

I giocatori in Borsa perdono la prima partita e attendono il febbraio nero di Onorato per sferrare l'attacco finale. Una sequenza di atti fa scattare la corsa sfrenata a recuperare i soldi. Il primo colpo lo mette a segno la Commissione europea che dichiara: sono corretti i contributi statali per finanziare la continuità territoriale da e per la Sardegna. Onorato la spaccia come una sua vittoria, in realtà è l'inizio della fine. Era stato lui a comunicare quattro anni fa ai commissari liquidatori della Tirrenia di Stato che non avrebbe mai pagato i debiti con lo Stato, 180 milioni di euro, sino a quando la Commissione europea non avesse chiuso la partita dei contributi. Una vittoria letale perché qualche giorno dopo gli uomini della liquidazione della ex compagnia statale bussano nuovamente al portone del tribunale civile di Roma. Chiedono di farsi pagare subito le rate scadute: la prima rata da 55 milioni, scaduta il 30 aprile del 2016 e la seconda da 60 milioni scaduta il 30 aprile del 2019. Centoquindici milioni da restituire uno sull'altro.

L'armatore grida al complotto

I liquidatori della compagnia di Stato sanno, però, che quelli da recuperare non sono soldi loro, ma dello Stato, indispensabili per pagare gli infiniti creditori della ex Tirrenia. Da qui il sequestro della prima tranche di 55 milioni. Sufficienti per far gridare Onorato allo scandalo e al blocco delle navi. Lui che deve i soldi allo Stato e non li restituisce, grida al complotto. Peccato, però, che l'investigazione finanziaria e bancaria abbia da tempo messo sotto stretta osservazione i movimenti bancari del patron di Mascalzone latino. I meandri infiniti delle banche producono carta cifrata, bonifici esecutivi, rintracciabili nel sottofondo dei bilanci che diventano prove regina dello svuotamento dei conti di Cin, la nuova Tirrenia a favore della Moby la cassaforte della famiglia Onorato.

Il blitz per spostare le risorse

I bonifici parlano chiaro. È vigilia di Natale e Capodanno del 2018 quando il blitz si compie. Il 20 dicembre del 2018 Onorato ordina di trasferire 20 milioni di euro (il documento è in alto, a destra) dal conto bancario della Cin alla Moby, causale dividendi. Il 27 dicembre altri dividenti per 18 milioni di euro si spostano dalla compagnia sovvenzionata dallo Stato alla compagnia di famiglia. E sempre alla vigilia di Capodanno il colpo grosso: 47 milioni di euro dell'intoccabile fondo di riserva passano dalla Cin a Moby. Tre bonifici che lasciano il segno. Ottantacinque milioni uno sull'altro spostati da un conto corrente all'altro. Tutto legale, ma i commissari di Tirrenia, i giocatori di borsa e le banche non stanno al gioco.

Il Governo: 24 ore per la soluzione

Nella serata di ieri il Governo ha messo davanti ad un collegamento virtuale i commissari della ex Tirrenia e Moby. Gli ha dato 24 ore di tempo per trovare una soluzione per far ripartire le navi e ripristinare i collegamenti con la Sardegna. Tutto questo nonostante il ministro abbia già avvertito: le altre compagnie sono pronte a garantire i collegamenti.

La resa dei conti è, ormai, giunta al capitolo finale.

Mauro Pili

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