OPINIONI - ALBERTO MINGARDI

Alberto Mingardi
L'intervento

Se il vaccino è simbolico

C irca un terzo degli italiani non desidera sottoporsi al vaccino anti-Covid. Per questa ragione sono in molti ad auspicare una campagna di comunicazione che evidenzi i benefici del vaccino e convinca gli scettici. Se l'obiettivo per raggiungere l'immunità di gregge coincide con la vaccinazione del 70% della popolazione, non si tratta forse di una priorità?

Il dibattito pubblico, in Italia, ha la caratteristica peculiare di infiammarsi con grande facilità. Che, in politica, il dire sia più importante del fare non è una novità: ma nell'Italia degli ultimi anni l'accorciarsi della memoria, la polarizzazione della lotta politica, la forte capacità dei leader da una parte e l'ancor più forte potere di veto dei funzionari dall'altra, il peso dei gruppi di interesse a cominciare dalla burocrazia hanno fatto la fortuna di slogan destituiti di ogni fondamento.

Ricordate l'abolizione della povertà, trionfalmente annunciata dal ministro Di Maio? Il premier non ha fatto in tempo a congratularsi con se stesso per il reddito di cittadinanza, che avrebbe consentito a molte persone di “mangiare una bistecca”, che abbiamo appreso che sono aumentate dell'87% le famiglie che non possono permettersi un pasto a base di carne o pesce almeno una volta ogni due giorni.

Il sistema è così abituato al canovaccio che, innanzi al vaccino, si è subito ingegnato a metterlo in scena. Ci siamo rapidamente specializzati nelle vaccinazioni simboliche.

A ndrea Crisanti, microbiologo e volto noto della lotta al Covid, si è vaccinato a furor di telecamera, rimangiandosi così i dubbi espressi sul vaccino qualche mese fa per la gioia degli scettici. Medici e infermieri immunizzati postano le loro immagini su Facebook. Si è scatenato il dibattito sui politici: fargli saltare la coda, come De Luca in Campania? O attenersi a regole e protocolli, come dichiara orgogliosamente Zaia in Veneto?

Lo scetticismo nei confronti del vaccino si spiega in parte con quella che Karl Popper ha battezzato come la “teoria cospiratoria della società” basata sulla “erronea concezione che qualunque cosa avvenga nella società è il risultato di interventi diretti di alcuni individui e gruppi potenti”. Si tratta, spiegava Popper, della secolarizzazione di una superstizione: la credenza negli dei omerici le cui rivalità spiegano la guerra di Troia non c'è più ma il posto degli dei è ora occupato da “sinistri gruppi di pressione la cui perversità è responsabile di tutti i mali di cui soffriamo”. Così, in una narrazione tanto surreale quanto popolare, il Covid (così come, prima di esso, l'Aids) è stato progettato dalle stesse case farmaceutiche che ora ci offrono farmaci o vaccini.

In parte, come ha spiegato Gilberto Corbellini sul domenicale del Sole 24 Ore, il rigetto del vaccino è invece legato a una istintiva reazione di disgusto: il processo stesso implica il contaminarsi con qualcosa di sconosciuto, e pericoloso, mentre ancora stiamo bene. Come può essere qualcosa di giustificato e “sicuro”? In un caso o nell'altro, abbiamo a che fare con i meccanismi attraverso cui si formano le nostre credenze: è improbabile che essi cambino grazie a una campagna di comunicazione fortunata.

In realtà, il problema del vaccino non è la comunicazione. L'Unione europea ha comprato vaccini col manuale Cencelli, con l'obiettivo di non premiare un solo produttore a spese degli altri. Però non tutti hanno tenuto il passo dei primi arrivati, Pfizer/BionTech e Moderna, e quindi abbiamo relativamente pochi vaccini “esistenti” e molti che invece sono ancora sulla carta. Oltre a questa carenza sul piano degli approvvigionamenti, c'è il ritardo nella distribuzione. Al momento di scrivere questo pezzo, a fronte di 495 mila dosi disponibili a partire dal 31 dicembre in Italia, si erano fatte solo 118 mila vaccinazioni. Prima di preoccuparci del 30% degli italiani che non vuole vaccinarsi, allora, dovremmo consentire al 70% che lo desidera di farlo. Per una volta, la politica non può sperare di farcela con qualche prestidigitazione retorica. Più il dire consuma il fare e più fatica faremo a uscire dalla pandemia. In un Paese che ha poca fiducia nelle sue istituzioni, la prova del vaccino può mettere in crisi tutta una classe dirigente.

ALBERTO MINGARDI

DIRETTORE DELL'ISTITUTO

“BRUNO LEONI”

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