OPINIONI - PAOLO FADDA

Paolo Fadda
L'intervento

Progettare la ripresa

A i primi di luglio del 1943, allorché il fascismo e la guerra erano giunti assai prossimi alla loro fine, un gruppo d'intellettuali dell'Università cattolica si riunì nel monastero benedettino di Camaldoli per interrogarsi e confrontarsi con quali idee e con quali progetti si sarebbe potuto affrontare quel dopo. Che era poi duplice, giacché riguardava il recupero degli istituti democratici e della partecipazione popolare in libere elezioni e, insieme, le modalità più efficaci per avviare la ricostruzione dell'economia in un Paese completamente sfiancato e distrutto dalla guerra. Nel dopoguerra, grazie a questo patrimonio di idee e sotto la guida di Alcide De Gasperi e di Ezio Vanoni, verrà infatti rapidamente raggiunta l'evoluzione democratica del Paese e conquistato quel “miracolo economico” che stupirà il mondo.

Un'esperienza che è parso giusto ricordare perché anche oggi occorrerebbe dare discontinuità al passato, fissando nuove regole e nuovi obiettivi per la ripresa dal Covid-19 che s'attende con ansia. Con la speranza che possa portare ad un Paese risanato, più giusto e migliore. La strada non sarà facile perché ci sarebbe da recuperare, stimano gli esperti, fra il 10 ed il 15 per cento del Pil.

E soprattutto occorre sapere come operare per un pronto risveglio delle attività produttive, visto che il fermo attuale risulta costare ogni mese, più o meno, quasi una cinquantina di miliardi di euro.

Un impegno, quindi, non dappoco, che presupporrà la messa in campo di notevoli risorse ed energie, oltre che l'approntamento di interventi capaci di realizzare un deciso cambiamento di marcia rispetto al passato.

Ci sono tuttora nel Paese, purtroppo, degli ampi campi d'arretratezza istituzionale e delle forti diseguaglianze territoriali che andrebbero colmati e superati. Per di più ogni disposizione deve fare i conti con una inestricabile selva di altri provvedimenti da richiamare, integrare, correggere, ignorare: l'esempio lo si trova nell'iniezione di liquidità per il fermo delle imprese. Se in Francia e in Germania gli aiuti vengono liquidati in circa 10 giorni dalla domanda, tramite le casse di un istituto pubblico (BpiFrance e Kreditansalt), da noi si stima che occorrano non meno di tre mesi per completare il complesso e defatigante iter amministrativo che vede coinvolti CDP, Sace e sistema bancario, perché di garanzie e non di denaro cash si tratta (consultare, per meglio intendere, il decreto-legge eufemisticamente titolato “Misure urgenti”).

S'avverte poi il pericolo che la ripresa vedrebbe acuirsi il forte divario tuttora esistente - in capacità di resistenza e di ripresa - fra le imprese del Nord e quelle del Sud e delle isole. Non a caso proprio un recentissimo studio dello Svimez ha stimato di quattro volte inferiori le capacità di ripresa dell'imprenditoria meridionale rispetto a quella del Centro Nord, se non venga opportunamente incentivata e sostenuta.

Quest'osservazione porta a porre meglio a fuoco anche la situazione sarda. E che preoccupa non poco, per le fragilità, le diseguaglianze e gli incerti operativi del nostro sistema produttivo. Tra l'altro, secondo le stime Svimez, il fermo impoverirebbe mensilmente l'Isola di una cifra attorno agli 850/900 milioni di euro, il che, se permanesse l'incertezza che investe i tempi e le modalità delle riaperture fino a tutto maggio, la perdita di Pil per il 2020 - a causa dell'assenza del flusso turistico - risulterebbe assai pesante, attorno al 20 per cento.

Ispirarsi quindi a quell'esperienza camaldolese - fatta di studi preparatori e di ricerca di idee guida - appare quindi necessario per poter dare discontinuità ad un passato assai grigio. Lo è qui in Sardegna più che altrove, dove andrebbe rifondata innanzitutto la politica, ridando all'autogoverno regionale le competenze giuste per riacquistare carisma e capacità di guida in sintonia con le attese della gente sarda; dove andrebbe revisionata radicalmente l'economia, aprendola sempre più verso i mercati esterni, sorreggendola con adeguate risorse e puntando su quelle che sono le sue varianti più interne e competitive, da quella dell'alimentare a quella circolare e sostenibile. Si sarà capaci? La domanda è d'obbligo, la risposta resta sospesa.

PAOLO FADDA

STORICO E SCRITTORE

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