OPINIONI - MARIO SECHI

Mario Sechi
Il commento

Quella svolta che non arriva

L 'Italia è chiusa per coronavirus dall'8 marzo, il governo ha detto “state a casa”, i cittadini hanno risposto più che bene, si sono adattati a condizioni difficili sul piano materiale (a molti comincia a mancare il reddito e gli aiuti del governo per ora non ci sono) e psicologico (bisogna ricordare che si tratta di una segregazione, una limitazione della libertà, non di un volontario esilio in cerca di riposo e meditazione). Dalla videocrazia siamo passati alla virocrazia.

Qual è l'orizzonte di tanto sforzo? Dopo un mese di lockdown l'Italia resta il primo Paese al mondo per decessi (ormai oltre 15 mila morti) e il terzo per contagi (oltre 120 mila, dopo gli Stati Uniti e la Spagna). Decreti e ordinanze del governo e delle Regioni si susseguono, siamo a migliaia di pagine di provvedimenti, istruzioni, decisioni. La produzione normativa è caotica, ieri la Lombardia ha deciso l'obbligo di indossare la mascherina per tutti.

Il governo predica l'isolamento indifferenziato per tutta la nazione, ma con situazioni profondamente diverse tra le regioni. Più che dai politici, l'esecutivo sembra guidato dai virologi, i quali a loro volta si sono così persi nel micro da annegare nel macro.

A bbiamo atteso “il picco”, poi ci hanno parlato del “plateau”, hanno spostato “la svolta” di settimana in settimana. A noi sardi - che abbiamo una discreta conoscenza delle regole del pascolo - sembra che il pastore abbia perso spesso la guida del gregge. Ieri sono diminuiti i ricoveri in terapia intensiva, ma sono aumentati i contagi, dobbiamo avere pazienza, sperare nel consolidamento di un trend positivo che per ora è fragile. L'Italia non è la Cina, siamo una democrazia, non una dittatura, abbiamo il sospetto che il contagio viaggi all'interno delle famiglie, in pieno lockdown. Attendiamo studi sull'efficacia della soluzione cinese importata in Europa.

Il coronavirus ha scoperchiato il deficit della Sanità italiana, poche migliaia di posti di terapia intensiva (circa 5 mila) per la popolazione più anziana del mondo. La Germania, che condivide con l'Italia e il Giappone il primato assoluto dell'invecchiamento, ha oltre 28 mila posti in terapia intensiva. Dovevamo essere pronti, perché il coronavirus era atteso, poteva avere un altro nome e altri sintomi, ma la letteratura (parlo di quella scientifica - e anche della fiction che spesso anticipa la realtà) è colma di studi sul tema. La Cina non è l'origine casuale del virus, parliamo di un Paese dallo sviluppo rutilante, il massimo della tecnologia con il minimo delle precauzioni sanitarie. Consiglio vivamente la lettura di “Spillover”, il libro di David Quammen sui cacciatori di virus, scoprirete le virtù del tasso furetto della Cina, della civetta delle palme, di certi serpenti e pipistrelli, farete la conoscenza del “manicomio zoologico” dei mercati di animali in Cina.

Il secondo virus, il blocco dell'economia, ha già messo a terra il sistema produttivo, ma essendo la politica finita nelle mani dei virologi, nei prossimi mesi i politici ci faranno mangiare dei reagenti. La caduta dell'economia diventerà depressione, quest'ultima si trasformerà in disoccupazione, zero reddito e infine... fame. Uno scenario da dissesto e rivolta sociale, ma dopo un mese non c'è un solo assegno staccato in favore di chi non ha più soldi per mangiare. Parliamo delle famiglie che sono già in crisi di liquidità. Se blocchi l'industria di un Paese che è la seconda manifattura d'Europa, devi sostenere le imprese e assicurare il reddito. È un tema di liquidità immediata nelle tasche dei cittadini, “Helicopter Money”. Pare che i governanti non ci siano ancora arrivati. Stanno aspettando che la carestia sfondi la porta. È urgente studiare un piano di riaperture, il riavvio graduale della produzione, differenziato sul piano geografico, diviso per settore economico, in sicurezza. Con il virus dovremo convivere a lungo, c'è chi ipotizza per sempre. Il rischio zero non ci sarà mai. Dobbiamo pensare alla ricostruzione. Dobbiamo vivere.

La Sardegna potrebbe essere una delle prime Regioni a ripartire, la Giunta regionale si dia una mossa, metta in campo sicurezza e aperture, non chiusure. Possiamo farlo, non consegnate la bandiera dei Quattro Mori alla paura e alla virocrazia.

Mario Sechi

(Direttore Agi e Fondatore List)

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