Non avendo altri concreti motivi di ottimismo, quelli che osservano con angoscia le azioni quotidiane di Donald Trump si consolano con in fatto che questo, se non altro, è suo ultimo mandato.

È vero che lui anche nei giorni scorsi ha ipotizzato di ricandidarsi per un terzo quadriennio, accennando fumosamente a una strada che i suoi consulenti avrebbero trovato o starebbero cercando. Ed è vero che dal grottesco tentativo di golpe del 6 gennaio 2021 sappiamo che la sua disinvoltura costituzionale è assoluta. Ma comunque in America ci sono delle regole, a cominciare da quella che vieta a chiunque di ricoprire più di due mandati presidenziali, e ci sono degli apparati che le fanno rispettare; ci sono troppi aspiranti alla Casa Bianca, anche e soprattutto dentro il suo partito repubblicano, che non gli consentirebbero uno strappo istituzionale del genere; c’è un elettorato che in larga maggioranza non lo tollera più; c’è una Corte suprema che ha già dimostrato su cose importanti di essergli affine però non subalterna.

E quindi no, Donald Trump non si può ricandidare alla presidenza.

Però può farlo Kamala Harris.

Che non è golpista né Maga né ha tendenze autoritarie. Ma la sua performance alle scorse presidenziali fa legittimamente supporre che se fosse lei la candidata democratica alla Casa Bianca, lo scenario più credibile sarebbe una nuova vittoria repubblicana. E cioè con buona probabilità una vittoria dell’attuale vicepresidente JD Vance, che per alcuni versi è molto differente da Trump ma ha un’inimicizia verso l’Europa, un’efficacia ideologica nel portare avanti l’agenda Maga e una capacità culturale che lo rendono ancora più temibile.

Il fatto è che per adesso gli occhi – e le speranze del fronte anti-trumpiano – si focalizzano sul voto di novembre, le elezioni di midterm che potrebbero togliere alla destra dell’America First il controllo di almeno uno dei due rami del Parlamento. Ma le primarie per scegliere il candidato democratico alla presidenza saranno relativamente presto, cominceranno a gennaio. E Kamala Harris è significativamente avanti nei sondaggi sulle preferenze dei militanti e simpatizzanti Dem. Martedì 15 settembre un lancio Ansa diceva: “JD Vance è avanti nei sondaggi fra i papabili candidati repubblicani al 2028, mentre fra i democratici è battaglia. Secondo un sondaggio di YouGov-Bowling Green State University, il vicepresidente Usa ha il 44% delle preferenze contro il 21% del segretario di Stato americano Marco Rubio e l’8% di Donald Trump Jr. Fra i democratici Kamala Harris ha il 17% dei consensi, tallonata da Pete Buttigieg con il 16%. Gavin Newsom e Alexandria Ocasio-Cortez hanno il 14%”. Più analitico lo scenario pubblicato giovedì 16 dal New York Times. Una media dei 15 sondaggi più recenti nell’elettorato democratico vede Kamala Harris in testa con il 27%, molto distaccata dagli altri concorrenti. Il secondo in classifica risulta il governatore californiano Gavin Newsom con il 14%, seguono la deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez e Pete Buttigieg, segretario ai Trasporti nell’amministrazione Biden, appaiati all’11%, e il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro all’8%. In realtà Harris è in vetta ma non in crescita: rispetto alla media pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano cala di due punti, mentre Newsom, Ocasio-Cortez e Shapiro sono stabili e Buttigieg sale di due, dato che era al 9%. Però Newsom nei giorni scorsi ha annunciato che se Harris sarà in corsa lui non si presenterà, perciò almeno teoricamente una parte consistente delle sue preferenze potrebbero riversarsi su di lei facendo la differenza.

Detto questo, chi sostiene l’ex vicepresidente potrà obiettare: Donald Trump è la dimostrazione vivente che si può perdere un’elezione presidenziale, rimanere vivi politicamente e poi prendersi la rivincita al turno successivo. Quindi perché considerare debole e probabilmente perdente una nomination di Kamala Harris? E potrebbe aggiungere che per la sconfitta del 2024 la candidata aveva alcune attenuanti molto importanti. La prima è che Joe Biden nel suo mandato si guardò bene dal valorizzare la sua vicepresidente: al contrario le affibbiò il dossier del contenimento dell’immigrazione, che è una rogna per definizione. Nel senso che la destra non troverà mai sufficiente le misure adottate da un’amministrazione democratica, e altrettanto probabilmente una parte della sinistra le troverà poco umane e accettabili. La seconda attenuante, molto importante, è che Harris si trovò candidata all’improvviso, gettata in corsa contro Trump dall’improvvisa rinuncia dell’ostinato ma senescente Biden e con appena 107 giorni di campagna elettorale a disposizione per colmare uno svantaggio severo. E per di più non aveva alle spalle un consesso di notabili Dem davvero compatto nel sostenerla. Naturalmente scontò anche elementi fattuali come un’importante quota di maschilismo in una parte rilevante dell’elettorato, mentre altri handicap furono costruiti ad arte ed efficacemente dalla propaganda avversaria, come l’idea che la sua risata sia imbarazzante e trasmetta inquietudine (a citarla come una cosa significativa, e questo è interessante, furono tanto Trump quanto Putin).

Detto questo, due elementi fondamentali dovrebbero far riflettere i simpatizzanti democratici. Il primo è l’inaffidabilità politica di Harris, che ha dimostrato una certa tendenza a dire tutto e il contrario di tutto a seconda degli umori del Paese. Non è una questione etica: se oggi dici bianco e ieri dicevi nero, in una campagna elettorale dura e spregiudicata per arrivare al posto di potere più rilevante del mondo sarà inevitabile che gli avversari te lo rinfaccino, facendoti apparire trasformista a kamaleontica. Nel 2024 a urne ancora aperte il giornalista Federico Rampini, che ha la cittadinanza americana, confessava mestamente sul Corriere della Sera di considerarla “la peggior candidata che abbia mai votato”. E spiegava: “Nel 2019-20 la sua campagna per la nomination presidenziale era allineata con l’estrema sinistra: per esempio le frontiere aperte all’immigrazione clandestina e un’agenda radicale per l’abbandono rapido di tutte le energie fossili. Raccoglieva fondi per la scarcerazione di criminali violenti; delegittimava le forze dell’ordine. Quattro anni dopo è irriconoscibile. Promette l’esatto contrario: frontiere chiuse, legge e ordine, decarbonizzazione lenta e pragmatica”.

A urne chiuse e risultati consolidati, emerse che Harris aveva perso in tutte e sette gli Stati considerati in bilico. E non solo aveva ottenuto 226 grandi elettori contro i 312 di Trump (vince chi arriva almeno a 270): aveva perso anche nel voto popolare, con 2,3 milioni di schede di svantaggio. Per intenderci: nel 2016 Hillary Clinton perse contro Trump con 227 grandi elettori contro 304, ma nel voto popolare prevalse per 2,8 milioni di voti. Se proprio bisogna candidare una persona che ha già perso, magari le si potrebbe chiedere di farci in pensierino.

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