La coincidenza sta più che altro nell’anniversario tondo, il venticinquennale del primo arresto raggiunto mentre scattava il secondo. E poi nell’ambientazione, visto che entrambe le vicende spionistiche corrono su un binario fra Italia ed ex Unione Sovietica, e nella comune provenienza dei protagonisti: dal nord Sardegna e dall’Arma dei carabinieri.

Le differenze sono più rilevanti. Innanzitutto quella del sassarese Raoul Gavino Piras, ex agente dell’intelligence fermato pochi giorni fa, è una vicenda giudiziaria appena cominciata e ancora tutta da dipanare processualmente. Quella di Antonangelo Piu da Banari, arrestato nel 2001, si è conclusa definitivamente con la grazia che ottenne l’anno successivo. E poi le cronache e le ipotesi accusatorie hanno collocato i due 007 fuori ruolo su fronti opposti. Piras è sospettato dagli inquirenti di aver ceduto informazioni militari italiane ai russi, Piu ammise di aver cercato e ottenuto segreti militari bielorussi per conto dei servizi italiani.

Il suo arresto scatta a Minsk il 18 aprile del 2001. Cinquant’anni, ex carabiniere, è titolare di una ditta dal nome insolito, Anirsavisa, e si occupa di import-export. Legname, secondo le ricostruzioni dei giornali italiani. “Informazioni segrete attinenti alla difesa del Paese”, secondo la versione dei servizi di sicurezza che hanno operato l’arresto e poi consegnato alla tv il filmato dell’operazione. Il Kgb – in Bielorussia i servizi non hanno mai cambiato nome – dice di averlo sorpreso in flagrante compravendita di documenti segreti insieme alla sua compagna, la 26enne bielorussa Irina Ushak. L’arresto viene tenuto a lungo riservato per non turbare i rapporti diplomatici fra Roma e Minsk, spiegherà più tardi il regime bielorusso. Di fatto la notizia trapela solo il 5 settembre, a pochi giorni dal voto che confermerà Aleksandr Lukashenko alla presidenza. Difficile non interpretarla come una mossa per mettere pressione su un Paese occidentale considerato non amico. È vero, l’Urss non c’è più da un pezzo, il Muro è crollato da quasi 13 anni e in Russia Putin non è ancora uno zar nostalgico di Stalin ma semplicemente il successore di Eltsin. La Bielorussia però non si è ammorbidita: fra le repubbliche post sovietiche è la meno post di tutte.

Di fatto l’opinione pubblica italiana apprende dell’arresto di Piu solo quando il suo processo per spionaggio è imminente. L’8 settembre Clemente Mastella, Domenico Contestabile e Marco Zacchera, tre parlamentari italiani che si trovano in Bielorussia come osservatori del voto, vengono autorizzati a visitarlo in carcere. Lo trovano in forma discreta: se l’arresto è stato abbastanza brusco, con il sospetto ammanettato e sbattuto sul cofano di un’auto, le condizioni della detenzione sembrano accettabili. Il guaio è che Piu rischia fino a 15 anni di detenzione e a Irina Ushak l’accusa di tradimento può fruttarne addirittura 30. I tre parlamentari chiedono a Minsk un provvedimento di clemenza per i due, che dalla cella fanno collaborativamente la loro parte dichiarandosi colpevoli. Del dibattimento non si sa granché: il processo è a porte chiuse - addirittura vengono respinti i parenti arrivati da Banari per sostenere l’imputato con la loro presenza in aula - e l’avvocato difensore è avarissimo di dettagli con la stampa. È abbastanza comprensibile, in un Paese dove anche solo parlare con un reporter straniero può costituire reato. Di fatto i giudici condannano Piu a quattro anni e mezzo e Irina a quattro: la si potrebbe considerare una pena mite, dato che la Procura aveva chiesto il doppio, rispettivamente 9 e 8 anni, e che pochi mesi prima un cittadino tedesco per un’accusa simile era stato condannato a 7 anni. In Italia però il ministro degli Esteri Antonio Martino storce il naso e avanza apertamente dubbi sulla spontaneità della confessione di Piu – resa al Kgb, confermata in aula e secondo la giustizia bielorussa “liberamente resa”. Eppure a Mastella, Contestabile e Zacchera – dice la stampa italiana - durante la visita in carcere l’ex carabiniere aveva parlato dei servizi militari italiani confidando: “Sono in pensione, mi avevano chiesto un ultimo favore”. La vicenda per qualche tempo si chiude con la confessione e la condanna: nel frattempo c’è stato l’Undici Settembre, mentre gli occhi del mondo sono puntati su New York Piu lascia il carcere di Minsk e viene spostato a 70 chilometri a est, nel campo di lavoro di Novosad. Ci trascorrerà in silenzio l’autunno e l’inverno. Ma ad aprile 2002 lo raggiunge la notizia che Irina è stata graziata. L’ex carabiniere invece si è vista respinta la domanda di clemenza e a questo punto fa qualcosa di apparentemente insolito: registra su videocassetta uno sfogo aspro, dice dal campo di lavoro di sentirsi “tradito” dal governo italiano. Più tardi, parlando con l’Unione Sarda, lo derubricherà come un breve cedimento nervoso, ma a chi legge la sua vicenda dall’Italia sembra una mossa giocata del Kgb per ottenere un atteggiamento politicamente più indulgente da parte dell’Italia, in cambio della liberazione del suo agente segreto pensionato ma non troppo. “Sembra quasi che Roma si sia dimenticata del mio assistito - dichiara l’avvocato Kozlov, che adesso sembra più disposto a parlare con la stampa italiana – Il caso non può essere risolto che per via politica, attraverso pressioni sulle autorità bielorusse”.

Intanto decolla una nuova richiesta di perdono presidenziale firmata da Piu e passa ancora qualche settimana, ma in effetti qualcosa si dev’essere mosso: d’un tratto Lukashenko cambia idea e firma il provvedimento di clemenza. Il 5 luglio 2002, a quasi dieci mesi dall’arresto, un volo da Varsavia riporta l’ex carabiniere in Italia da uomo libero. Quando l’inviato dell’Unione Giorgio Pisano lo raggiunge a Sassari, ha un tono più disteso rispetto al videomessaggio registrato durante la detenzione: “Ho perso, pazienza. Altre volte ho vinto. D’altra parte il nostro è solo un grande gioco”. La conversazione però comunque è cauta, le frasi spesso sono avare e sorvegliate come ci si può aspettare da un operativo dell’intelligence. L’ultima è per spiegare un minuscolo mistero che in effetti non è mai stato tale. Anirsavida, il nome della sua ditta di import-export, è semplicemente un gioco di iniziali unite a una promessa sarda di amore lungo quanto l’esistenza: Antonangelo e Irina per sa vida.

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