Moltissimi dei 193 Paesi che aderiscono alle Nazioni Unite sono guidati da maschi di età avanzata. Di conseguenza molti leader mondiali sono calvi.

Naturalmente ognuno di loro reagisce all’assenza di capelli a modo proprio. C’è chi si rade quelli superstiti, nella convinzione che il cranio nudo trasmetta all’elettorato un’idea di forza, o almeno di ordine. C’è chi più semplicemente se ne infischia, anche perché chi guida un Paese o un governo di solito ha altre preoccupazioni che fingere di avere qualche capello in più. E poi c’è una minoranza che non se ne infischia e non si rassegna e quindi fa ricorso al riporto, il più squallido e datato dei sotterfugi, dimostrando che perfino un uomo di grande potere può cedere alla più infantile delle vanità, alla più trasparente delle insicurezze.

Chi ha un minimo di memoria ora ovviamente starà pensando a Silvio Berlusconi, ma sarebbe un’ingiustizia inserirlo tra i leader mondiali dalla chioma truffaldina. Intanto perché il Cavaliere non è più di questo mondo, e poi perché la sua vicenda tricologica non registrò trucchetti da barberia di provincia ma casomai segnò un trionfo della volontà (com’era ampiamente nel personaggio), dato che il quattro volte premier affrontò alla radice una sgraditissima calvizie sottoponendosi a un trapianto. E di recente, negli articoli sulla vendita di Villa Certosa, in tanti hanno rievocato quando il padrone di casa accolse un perplesso Tony Blair sfoggiando una bandana piratesca: in apparenza serviva a dargli un incongruo tono giovanilista, in realtà proteggeva la cute dopo l’impianto dei nuovi ciuffetti.

Ma di Berlusconi ce n’è stato uno solo, sotto ogni aspetto. Sono invece almeno cinque i pelati irrisolti che ancora oggi abitano le stanze del potere internazionale e, pur avendo ben altro da nascondere, lavorano quotidianamente di pettine e ciocche per coprire agli sguardi del mondo il loro cuoio (non più) capelluto. Vediamoli in ordine di potere e di rilevanza internazionale, provando a classificare i loro riporti in base allo stile.

Aleksandr Lukashenko: brutalista. Il dittatore di Minsk è un nostalgico dichiarato dell’Urss. La Bielorussia, per dire, è l’unico Paese dell’Europa orientale dove i servizi segreti si chiamano ancora Kgb. Nulla di strano che anche il riporto del leader supremo sia in stile real-socialista: quattro rigoni di capelli rastrellati molto geometricamente con il pettine, dal vertice della tempia sinistra a ricongiungersi con quelli che gli crescono sulla tempia destra. Fedele alla linea, a giudicare dalle foto d’archivio sfoggia la stessa acconciatura almeno dal 1994, quando giurò come presidente della Bielorussia per la prima volta. Qualcuno ricorderà che in Italia, agli inizi della seconda Repubblica, l’azzurro Renato Schifani si era messo in testa qualcosa di simile, anche se più voluminoso. Ma dopo le prese in giro di “Striscia la Notizia” lo sforbiciò via. In Bielorussia però la satira, anche quella più sempliciotta, non ha grandi spazi per incidere sul look dei potenti. E l’effetto si vede.

Abdel Fattah el-Sisi: prêt-à-riporter. Dall’uomo che regna con il pugno di ferro sull’Egitto – ha soppresso il dissenso interno e si è concesso la soddisfazione di umiliare a più riprese l’Italia, che pure avrebbe oltre sei volte il Pil egiziano, negandole qualunque collaborazione sul caso Regeni - ci si potrebbe aspettare qualcosa di più faraonico. Ma al-Sisi, militare di carriera, opta per un riportino tattico a rapido dispiegamento. Giusto una veloce parentesi a coprire la sommità del cranio, per impedire a critici e oppositori di definirlo tecnicamente calvo. Si ottiene con un movimento rotondo della spazzola, impegna poco e risolve il giusto.

Benjamin Netanyahu: trama complessa. Si presume che il primo ministro israeliano, ricercato come criminale dalla Corte penale internazionale, abbia altri gravami sulla coscienza. Eppure ogni mattina trova il tempo per drappeggiare sulla sua ampia calvizie un complesso scialle grigiastro che parte dalla tempia sinistra per slanciarsi, a volte con un’angolatura un po’ brusca, fino al lato destro del cranio. L’infrastruttura, artigianale ma complessa, sconsiglia i tuffi e l’esposizione a colpi di vento, che imprimerebbero alla lunga ciocca coprente un imbarazzante effetto-bandiera.

Vladimir Putin: guerra di trincea. Un riportino fra il canuto e il biondastro presidia come può gli spazi vuoti, più alludendo a una chioma che rimpiazzandola davvero in qualche modo. Forse esprime l’austerità di un presidente di guerra, forse ammicca populisticamente all’everyman post-sovietico senza grilli glamour per la testa. O forse semplicemente Putin fa quel che può con la settantina di capelli che ha.

Donald Trump: arco di trionfo. Non è un riporto, è un intrigo internazionale. Secondo alcune teorie la base è costituita da lunghi ciuffi ritorti che partono addirittura dalla nuca, secondo altre ha una trama che copre un errore, cioè alcune ciocche vengono distese per coprire gli effetti di un trapianto andato maluccio. Comunque tutti gli osservatori concordano sull’abnorme consumo di lacca che la manutenzione di questo colbacco autoprodotto comporta quotidianamente. Va detto però che lui ci scherza sopra. Nel 2015 si è lasciato spettinare e tirare i capelli da Jimmy Fallon durante il Tonight Show, l’anno dopo ha fatto altrettanto con una elettrice durante un comizio in New Hampshire, nel 2018 ha ammesso dal palco davanti al popolo Maga: “Lavoro come un pazzo a nascondere questa calvizie, amici. Ci sto lavorando duramente”. Se qualcuno pensa di mettere in difficoltà The Donald, di farlo arrossire o addirittura di farlo calare nei sondaggi sbeffeggiandolo per il Las Vegas Baroque che sfoggia sulla testa, se ne faccia una ragione: “Questa non è un’uscita”, per dirla con la battuta finale di un’opera scelta non a caso come American Psyco.

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