I conflitti fanno crescere i costi nelle campagne sarde
Dai mangimi ai fertilizzanti usati in agricoltura, il blocco di Hormuz ha inciso sulle aziende dell’IsolaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Dalle acque dello Stretto di Hormuz fino alle campagne della Sardegna. La distanza è di migliaia di chilometri, ma il filo che lega la crisi iraniana alle aziende agricole e agli allevamenti dell’Isola passa attraverso energia, fertilizzanti, trasporti e mangimi. Il blocco di una delle principali arterie commerciali del mondo ha messo sotto pressione filiere già fragili e, per un settore che da anni lavora con margini sempre più ridotti, ogni nuovo rincaro rischia di trasformarsi nell’ennesimo colpo.
La Fao ha avvertito che le conseguenze del conflitto vanno ormai oltre la geopolitica: Hormuz è un passaggio strategico per petrolio, gas e fertilizzanti e le difficoltà nei transiti si riflettono sui costi degli input agricoli. Una crisi internazionale che si innesta su problemi strutturali molto più antichi. L’ultima fotografia dell’Istat racconta infatti vent’anni di arretramento della zootecnia italiana. Tra il 2006 e il 2025 è diminuito il numero di capi allevati delle principali specie: gli ovini sono scesi del 28,1%, i suini del 15,6% e i bovini del 12,2%.
Il settore ha attraversato una profonda ristrutturazione, accompagnata dalla chiusura di molte aziende e da una crescente dipendenza dall’estero. Solo nell’ultimo anno le importazioni italiane di carni dai Paesi extra Ue sono aumentate del 25% in quantità e del 38% in valore. A preoccupare è anche la disponibilità di materie prime: le superfici italiane coltivate a mais, fondamentale per l’alimentazione animale, si sono più che dimezzate in vent’anni, mentre la produzione è diminuita del 43%.
La situazione europea aggiunge ulteriore incertezza. Secondo la Fefac, nella campagna 2026-2027 l’Unione europea avrà bisogno di oltre sette milioni di tonnellate aggiuntive di importazioni di materie prime per mangimi, portando il fabbisogno estero oltre i 26 milioni di tonnellate. Ed è proprio in questo quadro che la crisi di Hormuz mostra tutta la vulnerabilità di filiere fortemente dipendenti dai mercati internazionali.
In Sardegna il problema assume una dimensione ancora più pesante. «Le aziende agricole sarde stanno soffrendo una crisi economica e strutturale senza precedenti. I costi dell'energia, del gasolio agricolo, dei concimi e dei mangimi continuano a gravare in modo insostenibile sui bilanci delle aziende», denuncia Michele Orecchioni, presidente regionale di Cia Sardegna. «Di contro, i prezzi riconosciuti ai produttori rimangono imbrigliati nelle speculazioni delle filiere, con una responsabilità pesante anche da parte della GDO: oggi produrre latte, carne, grano o ortofrutta costa sistematicamente più di quanto venga ripagato dal mercato. Non si può chiedere agli agricoltori e agli allevatori di lavorare costantemente in perdita».
Sul fronte climatico, Alessandro Vacca, direttore regionale della Cia, sottolinea che «i pascoli si sono azzerati, costringendo gli allevatori a acquistare foraggi e mangimi con costi di trasporto su strada e marittimi vertiginosi». Per l’organizzazione il problema non può più essere affrontato come una successione di emergenze: servono interventi strutturali sull’acqua, sull’energia e sulla competitività delle aziende.
Sullo stesso fronte interviene Coldiretti Sardegna. «Non possiamo chiedere alle imprese zootecniche di continuare a produrre se il costo necessario per farlo cresce più rapidamente della capacità di remunerare il lavoro e gli investimenti. Mangimi, fertilizzanti, energia, carburanti, manutenzioni, servizi e trasporti sono componenti essenziali del bilancio aziendale e incidono direttamente sul costo di ogni litro di latte e di ogni capo allevato», afferma Luca Saba, direttore regionale di Coldiretti.
Per l’allevatore sardo, però, c’è un elemento ulteriore: l’insularità. La Sardegna sostiene un costo aggiuntivo per far arrivare nell’Isola ciò che serve alle aziende e un altro costo per portare fuori ciò che produce. Mangimi, cereali, fertilizzanti, carburanti, macchinari e ricambi viaggiano via mare; poi, quando latte, carne o prodotti trasformati devono raggiungere i mercati nazionali o internazionali, il costo della logistica si ripresenta. In sostanza, l’allevatore sardo paga il mare due volte: all’ingresso delle materie prime e all’uscita delle produzioni.
È proprio su questo aspetto che Coldiretti chiede un cambio di passo. «La continuità territoriale delle merci deve quindi essere considerata a tutti gli effetti una componente della politica agricola dell’Isola», sottolinea Saba.
Il problema della redditività attraversa del resto tutta la zootecnia italiana. Clara Fossato, presidente di Uniceb, ricorda che dagli anni Novanta le emissioni del settore si sono ridotte del 22,3%, ma sostiene che la vera emergenza sia economica e sociale: le stalle chiudono perché i ricavi non sono sufficienti e diventa sempre più difficile trovare persone disposte a lavorare negli allevamenti. Uniceb chiede anche un piano per aumentare il numero di vitelli nati in Italia: la capacità di autoapprovvigionamento nazionale, secondo Fossato, è scesa nell’ultimo decennio dal 60 al 40%.
Qualche segnale positivo resta: in vent’anni la produzione di latte è aumentata del 27,2% e quella dei formaggi del 17,7%. Ma non basta se continua a ridursi la base produttiva. È questo il timore espresso anche dalla Cia. «Il rischio più grande è che non ci sia un domani. I giovani sardi che desiderano fare impresa nelle zone interne o rilevare le aziende di famiglia si scontrano con un muro insormontabile: redditività azzerata, credito inaccessibile e una burocrazia esasperante», avverte Orecchioni.
Da qui la richiesta di una strategia più ampia, capace di affrontare insieme acqua, energia, trasporti, accesso alla terra e utilizzo dei fondi europei. Perché la crisi di Hormuz potrà anche finire. Quella dell’agricoltura sarda, senza interventi strutturali, rischia invece di restare.
