Vasco Rossi, l’ultimo immortale: da Zocca al mito solo andata
A 74 anni l’eroe dalla “vita spericolata” continua a macinare stadi e si prepara al doppio concerto del 12 e 13 giugno all’Olbia ArenaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La serata è splendida ma per strada non c'è anima viva. Solo un uomo si aggira nel silenzio irreale di una notte d'estate, confuso tra le saracinesche abbassate, a tratti spaventato dai boati che arrivano dalle finestre delle case. È l'11 luglio del 1982, 36 milioni di italiani sono incollati davanti alla tv per la finale dei mondiali Italia-Germania Ovest ma Vasco Rossi non ha la minima idea che gli Azzurri del “Vecio” Bearzot stanno per diventare campioni del mondo, non vede in diretta l’urlo di Tardelli, il presidente Pertini esultante in tribuna. Per la verità, non sa nemmeno che si sta giocando la Coppa del Mondo. Da giorni si fa di anfetamine.
Le notti oscure
Paradosso dei paradossi: l'artista che più di ogni altro in quel preciso momento incarna lo spirito dell’Italia anni ‘80, mentre il Paese vive uno dei suoi momenti più felici, galleggia in un mondo parallelo di notti oscure, sostanze, rock’n’roll e autodistruzione. Che sarebbe morto giovane, Vasco, ne era assolutamente sicuro. E invece eccolo qua: sopravvissuto alle droghe, alle proprie ossessioni, perfino al proprio mito. A 74 anni l’eroe dalla vita spericolata, una delle più iconiche canzoni che scrisse proprio a Cagliari e che era tutto fuorché una posa, continua a macinare stadi e si prepara al doppio concerto del 12 e 13 giugno all’Olbia Arena.
Il padre
Nato a Zocca il 7 febbraio 1952, già il nome è tutto un programma. Così lo ha battezzato il padre, Giovanni Carlo “Carlino” Rossi, camionista di professione e sopravvissuto a un altro inferno: tra gli oltre 600 mila soldati italiani che dissero no al nazismo, fu internato in un lager a Dortmund, in Germania, da cui tornò pesando 35 chili. Quel Vasco era un compagno di prigionia che gli salvò la vita: «Se avrò un figlio lo chiamerò come te», gli disse Carlino, a cui nel gennaio 2020 è stata riconosciuta una Medaglia d’onore.
La madre
È la madre Novella Corsi, casalinga, a intuire che quel suo unico figlio, così timido e impacciato, ha qualcosa di speciale: lo iscrive alla scuola di musica Giovanni Bononcini di Vignola, in provincia di Modena, dove inizia a strimpellare le prime note.
Le sue donne
Timido e impacciato sì, perché il giovane Vasco è tutt'altro che il provocautore che diventerà. Cresciuto tra madre e zie, sviluppa fin da subito una sensibilità femminile di cui andrà sempre orgoglioso e gli consentirà di raccontare l’universo delle adolescenti più di quanto forse sia in grado di fare una donna. Vasco disegna la sua “Silvia”, che «sulle labbra ha un po' di rossetto» «guarda lo specchio poco convinta», oppure la Giovanna di “Albachiara”, quella ragazzina che ogni giorno vede prendere la corriera per andare a scuola. Anni dopo glielo confesserà ma lei non gli crede: «Pensava fosse un trucco per rimorchiare. Allora ho scritto: “Una canzone per te, non te l'aspettavi, eh, invece eccola qua...”».
Le radio libere
A 15 anni l’approdo a Bologna dove prima a scuola poi all’università scopre l’esaltante libertà dell’Osteria delle Dame, dove suona Francesco Guccini ma chiunque può salire sul palco e recitare poesie. Vasco vuole fare il Dams. «Eravamo a tavola», ricorda, «e papà, senza fare una piega, alza lo sguardo dal piatto e mi dice perentorio: “Dams? Che cosa è Dams? lo conosco solo Economia e Commercio ed è quella che farai». Obbedisce ma a 6 esami dalla laurea gli si accende «la lampadina della radio, l’occasione della mia vita». Il 1975 è l’anno in cui con Marco Gherardi fonda Punto Radio, la prima radio libera emiliana. Quindi le serate da dj, le compagnie sgangherate, le prime esperienze in una provincia che sogna di diventare metropoli. E il primo singolo a 45 giri, “Jenny/Silvia”, nel 1977: stampato in 2500 copie è l’inaspettato inizio di tutto. Dal 1978 al 1985 pubblica un album all’anno, anche nel 1979 quando il padre Carlino viene colpito da un ictus e muore a 56 anni. “Colpa d'Alfredo”, “Siamo solo noi”, “Vado al massimo”, “Bollicine”. Disco dopo disco vende sempre di più.
Il Bel Paese
Sono anni incredibili per Vasco, che consapevole o meno si ritrova a rappresentare plasticamente il passaggio tra due Italie: quella insanguinata dal piombo e l’altra che rincorre il benessere, il consumo, la pubblicità. Si tuffa nell’alcol e nelle droghe («tutte tranne l’eroina», rivendica), carburante per gestire tour frenetici e disumani: una vita sregolata perfino per gli eccessi anni ‘80, l’opposto di quella dei cantautori di successo dell’epoca. Sfrontato e sopra le righe, giù dal palco alimenta continuamente la leggenda e ogni polemica della stampa che non lesina critiche finisce per aumentare la sua popolarità.
Per sempre
Nel 1984 lo spartiacque e l’insperata occasione di disintossicarsi. Arrestato per detenzione di droga, trascorre cinque giorni di isolamento poi altri 17 giorni in carcere, visitato solo da Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Chi lo odia, chi lo considera la panacea di tutti i mali, esulta: finalmente è finito. Niente di più sbagliato: dopo tre anni – nei quali diventerà in pochi giorni padre di Davide e Lorenzo, e poi nel 1991 di Luca, tutti nati da amori diversi – torna con il nono lavoro: “C’è chi dice no”: 8 canzoni per meno di 40 minuti che vendono più di 1 milione di copie vincendo 10 dischi di platino. «Un lavoro di alta qualità e un’opera matura», scrivono i critici. Suoni e arrangiamenti si avvicinano alla perfezione. In copertina Guido Harari lo immortala con il viso rasato, i capelli pettinati all’indietro. Incredibilmente i fan non si sentono traditi: l’album rimane per dodici settimane consecutive al primo posto in classifica e sarà il traghetto fino alla svolta definitiva di “Liberi liberi”. Dopo cambia tutto e non cambia niente. Vasco diventa enorme, nei Duemila monumentale, negli anni Dieci entra nella leggenda.
Oggi, mentre si esibisce nell'ennesimo storico tour sold out che passerà dalla Sardegna, non è più il ragazzo che correva verso il precipizio, neanche la reliquia nostalgica di un mondo finito. L’ultimo immortale è il narratore della propria sopravvivenza, sacerdote dell’unico tempio che conosce e su cui spera di salutare questo mondo: il palco.
