Poche star hanno bisogno di presentazioni come Sylvester Stallone. L’icona degli anni ‘80 e ‘90 che, da una giovinezza trascorsa a caccia di fama, è diventata una delle figure più riconoscibili del panorama cinematografico internazionale, viene ricordata ancora oggi non soltanto per aver dato vita a classici del calibro di «Rocky» e «Rambo», ma per essere entrata di diritto nell’immaginario collettivo come simbolo di un’epoca, incarnando un ideale di eroismo che, dietro la forza e il coraggio, non ha mai rinunciato a mostrare le proprie vulnerabilità.

Forte di ben due candidature agli Oscar e del Golden Globe come miglior attore protagonista per «Creed - Nato per combattere», Stallone ha spesso intrecciato la propria attività sul set con un coinvolgimento a tutto tondo, che non si limitasse cioè alla semplice interpretazione di un copione, ma includesse anche un ruolo determinante nella regia e nella sceneggiatura. Gran parte della sua fama deriva inoltre dai ruoli che lo hanno distinto nel genere action, come dimostrato anche dalla saga de «I Mercenari», e dall’abitudine, tutt’altro che scontata, di eseguire personalmente le sequenze d’azione, cimentandosi in prove fisiche estremamente rischiose senza affidarsi all’aiuto degli stuntman.

Proprio in coincidenza con questa stagione autunnale, abbiamo ritrovato l’attore nella quarta stagione di «Tulsa King»: la serie che lo vede indossare i panni del boss mafioso Dwight Manfredi, stavolta ancora più determinato a mantenere saldo il controllo sul proprio impero criminale. Attualmente, Stallone è anche impegnato, in veste di produttore, a portare sul piccolo schermo la serie di romanzi investigativi «4MK», scritti da J.D. Barker. Al suo fianco troviamo anche un nome altisonante come Channing Powell, sceneggiatrice e produttrice di «The Walking Dead».

Felice di partecipare a questo nuovo progetto, ha dichiarato lo scorso maggio: «J.D. Barker ha creato un mondo di enorme portata, con pericoli reali, una trama spietata e una mitologia perfetta per una serie televisiva di alto livello». E, sul conto della sua collaboratrice, ha aggiunto: «Channing Powell non è solo una scrittrice e produttrice di grande talento, ma una vera creatrice con una rara padronanza di storie oscure incentrate sui personaggi, ed è la persona giusta per portare 4MK sul piccolo schermo. Questo è il tipo di opera che il pubblico non si limita a guardare, ma da cui viene completamente catturato, e ha tutte le carte in regola per diventare una serie di grande impatto capace di riscuotere un successo globale».

Guardando oggi al percorso intrapreso, la star ammette di aver esagerato con le acrobazie e le scene di combattimento, essendosi trovata, a posteriori, a fare i conti con ripercussioni fisiche non trascurabili. Nella sua ultima intervista a Fox News Digital, ha ricordato con amarezza gli innumerevoli infortuni subiti e gli interventi chirurgici ai quali ha dovuto successivamente sottoporsi, confessando al riguardo: «Ho milioni, milioni di rimpianti. Potrei passare mezz'ora a parlare degli infortuni, e non di uno soltanto: sono decine, e gli effetti si accumulano». Raccontando in particolare quanto accaduto sul set de «I Mercenari», ha aggiunto: «Dopo I mercenari ho dovuto affrontare nove operazioni alla schiena e tre fusioni cervicali. Mi sono lesionato entrambe le spalle, ho avuto problemi agli occhi e mi sono dovuto sottoporre a diversi interventi. È stato brutale».

Ammettendo di non essersi mai ripreso pienamente dopo quelle operazioni, Stallone ha riconosciuto, in definitiva, che parte delle strategie adottate per consolidare la propria fama hanno finito per esigere un prezzo eccessivo. Immaginando di poter tornare sui propri passi, ha raccomandato alle nuove generazioni di attori di non confondere il coraggio personale con la sconsideratezza, affidandosi più saggiamente alle competenze di professionisti specializzati: «Non fare il protagonista a tutti i costi, quello che vuole mettersi in mostra. So che molte persone pensano di fare da sole le proprie acrobazie. Non fatelo. Lasciate lavorare i professionisti».

E, con un esempio tanto elementare quanto esplicativo, ha aggiunto: «Non puoi battere la gravità. Quando tocchi terra, perdi, e prima o poi le conseguenze si fanno sentire». Respingendo inoltre le posizioni di coloro che considerano gli infortuni sul lavoro un motivo di vanto, ha continuato: «La gente mi chiede se ne sono fiero. No. Penso di essere stato un idiota a farlo. Dovrei essere orgoglioso di essermi ridotto a pezzi? Ma dai!».

Un‘ammissione di colpa che, non a caso, l’attore aveva già espresso in precedenti occasioni. Nel corso di un’intervista al New York Times, in occasione dell’uscita del memoir «The Steps», aveva infatti confessato che, se potesse tornare indietro, cambierebbe completamente il proprio metodo di lavoro: «Direi a me stesso di lasciare che sia qualcun altro a portare avanti la bandiera e di non fare personalmente le mie acrobazie».

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