Come si scelgono dieci canzoni di Vasco Rossi senza sbagliare? Come si può lasciare fuori un pezzo che ha accompagnato un primo amore, consolato un cuore spezzato, soffocato una delusione, celebrato una rinascita? Ogni fan ha la sua intoccabile classifica personale, e allora ecco un viaggio attraverso brani che, stilando un vocabolario sentimentale tutto nuovo, hanno attraversato intatti i venti del tempo e sono diventati inni generazionali.

“Albachiara” (1979)

Vasco torna a casa con un giro di accordi dell'amico Massimo Riva e, mentre la mamma cucina, scrive di getto la canzone che oggi chiude tutti i concerti. Ispirata a una 13enne che vedeva dalla finestra passeggiare per strada, narra con straordinaria delicatezza il passaggio all'età adulta col suo bagaglio di sogni, timidezza e desideri inconfessabili. Eterna poesia.

“Siamo solo noi” (1981)

Ribelli di tutto il mondo, unitevi. Mentre Vasco veniva dipinto dai giornali e dai benpensanti come il male assoluto, lui chiama a raccolta una generazione di inquieti, incompresi eppure orgogliosi della propria diversità. Una rivendicazione di esistenza e l'affermazione di un diritto a vivere senza ipocrisie.

“Vita spericolata” (1983)

Anni ‘80, Vasco è chiuso in auto a Cagliari per proteggersi dalla pioggia scrosciante. «Primo concerto in Sardegna, ad Assemini, e proprio lì mi venne l'idea di scrivere “Voglio una vita spericolata”, ispirato da questa meravigliosa terra cruda e selvaggia, orgogliosa e fiera, di sassi, di sole e di vento». La porta a Sanremo ma arriva penultimo, un caso che oggi fa ancora scuola.

“Bollicine” (1983)

«Bevi la Coca-Cola che ti fa bene!». Una spietata critica sociale travestita da tormentone: chiusa l'era delle ideologie, si spalancano le porte della società dei consumi. Vasco mette in guardia, con un'ironia feroce, dal bombardamento pubblicitario, da quel finto benessere che vuole solo vendere. Stravince il Festivalbar.

“Liberi Liberi” (1989)

Niente è più lo stesso. Culmine di una fase di profonda maturazione artistica e personale dopo la separazione dalla Steve Rogers Band e dal produttore storico Guido Elmi, qui riflette sul tempo che passa e sulle illusioni perdute. La musica è minimale e funzionale a un testo sublime.

“Vivere” (1993)

La si può ascoltare anche tra gli scaffali di un supermercato, e tra un'offerta e un'altra verrebbero le lacrime agli occhi. Ci si può svegliare ogni mattina, mettere un piede davanti all'altro eppure sentire che «vivere è un ricordo senza tempo». Un’ode, oggi, a quella parola così tanto di moda: resilienza.

“Gli spari sopra” (1993)

Ispirato a “Celebrate” dei dublinesi An Emotional Fish, di cui Vasco acquistò i diritti per una versione italiana, è una denuncia contro le ingiustizie e una fotografia di quel clima di tensione segnato dalla guerra nell’ex Jugoslavia. Il video fu girato nel penitenziario di “Fuga da Alcatraz” con un budget clamoroso.

Senza parole (1994)

«Attenzione, Vasco ne sta combinando una delle sue». Mentre il Blasco sembra scomparso dai radar arriva questo sibillino fax alle redazioni. Era lo spoiler di “Senza parole”, distribuita agli iscritti del fanclub in una tiratura di sole 2.500 copie. Nel 2006, usata in uno spot, torna in classifica ma Vasco se ne pente: mai più sue canzoni in una pubblicità.

“Sally” (1996)

Estate, Saint-Tropez: dopo una serata in discoteca torna in barca, imbraccia la chitarra e nasce Sally. «Pensavo a una donna di 30 anni», ma poi «mi sono accorto che nel pezzo era finito tantissimo di me»: cosa c'è di più vaschiano di rendere universali errori, sofferenze e delusioni, e allo stesso tempo la forza di rialzarsi e guardare avanti?

“Un senso” (2004)

Forse l’ultimo classico del più recente Vasco, si cimenta con il grande interrogativo dell'esistenza: il bisogno di trovare un significato alla vita. Scritta assieme a Gaetano Curreri e Saverio Grandi in un periodo di profonda meditazione, si chiude con la più bella delle speranze. Qualunque cosa accada «domani un altro giorno arriverà».

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