Le parole di Alessandro Di Battista hanno aperto una breccia nel Movimento 5 Stelle. La replica di Grillo ha causato una vera e propria deflagrazione, dando il via allo scontro interno più duro (almeno pubblicamente parlando) dalla nascita di M5S.

E che scontro, due pezzi da novanta: da una parte il fondatore, il punto di riferimento e "padre nobile" dei pentastellati, dall'altra il barricadero che sembrava destinato alla leadership nel dopo Di Maio.

Sullo sfondo di questa battaglia senza precedenti c'è Giuseppe Conte. La tenuta del suo governo e dell'alleanza col Pd, la stessa sopravvivenza politica del presidente del Consiglio, sempre più inviso a Dibba.

Conte con Rocco Casalino (Ansa)

GLI OBIETTIVI DI DIBBA - Alessandro Di Battista con la sua uscita voleva sparigliare le carte. Dare una sponda all'ala sovranista e anti-Ue di un Movimento che si è trasformato in guardiano delle istituzioni. Voleva in qualche modo rompere quel patto tra correnti che, dopo le dimissioni di Di Maio e la reggenza affidata a Vito Crimi, ha garantito la stabilità della maggioranza giallorossa.

E lanciare il guanto di sfida a Conte e Casalino, che ormai sono un tutt'uno. Il premier vola nei sondaggi ("Anche Monti volava", ricorda malizioso Di Battista), secondo una recente rilevazione Ipsos un suo partito avrebbe il 14% e un Movimento a guida Conte andrebbe vicino al 30%, diventando primo partito. Il politico-reporter, che aveva lasciato il partito a Di Maio per riprenderselo in vista della prossima legislatura (una sorta di tacito accordo dei due ormai ex big M5S), vede come il fumo negli occhi la crescita dell'inquilino di Palazzo Chigi.

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LE CORRENTI - Già, le correnti. I grillini hanno sempre rivendicato la loro diversità, ma ne hanno come tutti gli altri partiti, se non proprio di più.

C'è quella di Di Maio e dei suoi fedelissimi, da Fraccaro a Bonafede, passando per Spadafora, Appendino e Castelli. L'ex capo politico preferiva Salvini, non è un segreto, ma si sa adattare. Con i suoi uomini piazzati in diversi ministeri e ruoli chiave della pubblica amministrazione, proprio non gli conviene mandare all'aria il governo Conte. Meglio fare buon viso a cattivo gioco e far durare la legislatura. Per questo ha bocciato la proposta di Di Battista di un congresso o assemblea costituente M5S.

L'ala più ideologizzata, quella di sinistra che fa capo a Roberto Fico - che può contare sui ministri D'Incà e Dadone, sul presidente della commissione Cultura Luigi Gallo - non ha una grande forza numerica ma può contare sull'importante ruolo istituzionale del suo leader. Che, da uomo che guarda a sinistra, non può che essere favorevole all'alleanza giallorossa dopo i mal di pancia sopportati durante il primo governo Conte. Fico è fautore di un'alleanza duratura con il Pd, anche a livello locale: visione, questa, che lo separa profondamente da Di Maio.

Conte prende anche nel Pd e in Liberi e Uguali, ma ha i suoi uomini di riferimento anche nel Movimento 5 Stelle. Il primo è il titolare del Mise Stefano Patuanelli, grande tessitore della trattativa con i dem.

Altre persone forti del Movimento sono con il premier e per la prosecuzione dell'alleanza con il Pd: Paola Taverna, Roberta Lombardi, Stefano Buffagni.

C'è poi l'ala movimentista, quella "No Tav", "No Ilva" e "acqua pubblica", molto delusa dai tradimenti pentastellati. Ci sono i "complottisti", quelli del no vax e dei microchip sottopelle: fanno riferimento al consigliere della Regione Lazio Davide Barillari e alla deputata Sara Cunial. Sono stati espulsi dal Movimento, ma non sarebbero certo contrari alla svolta che potrebbe imprimere Di Battista.

Già, Dibba, che guida l'ala sovranista e antieuropea. Dalla sua parte ha l'ex numero 2 di Rousseau Max Bugani, Giulia Grillo e Barbara Lezzi (guarda caso due ex ministri fatti fuori nel passaggio dal primo al secondo governo Conte), l'europarlamentare Ignazio Corrao, la vicepresidente della Camera Maria Elena Spadoni. E l'espulso Paragone, che di Di Battista è amico fraterno e con lui condivide molte battaglie. Il giornalista ha annunciato che fonderà un suo partito antieuropeo.

Poi ci sono Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Il primo è con Conte e con il Pd: ha definito il premier "l'elevato", e la sua storia politica parla chiaro, d'altronde prima di fondare il Movimento cercò di partecipare alle primarie dem. Il secondo posizioni politiche non ne prende, ma fa sponda con Di Battista: anche lui non ama il Pd e vorrebbe un nuovo leader scelto dagli iscritti. Forse per rivitalizzare il quasi dimenticato sistema Rousseau?

CONGRESSO O DIRETTORIO? - Di Battista al momento sembra solo. La sua idea di un congresso, o assemblea costituente, per eleggere un nuovo leader, è stata bocciata da quasi tutti. Le correnti vorrebbero dar vita a un direttorio che tenga conto delle diverse sensibilità e garantisca la stabilità dell'attuale esecutivo. D'altronde, con Dibba alla guida del M5S (in caso di voto della base su Rousseau otterrebbe un plebiscito, molto probabilmente), quanto potrebbe durare un'alleanza col Pd? Un battito di ciglio. E la maggioranza silenziosa dei parlamentari, con o senza mal di pancia, ha interesse a portare a termine la legislatura, almeno per garantirsi altri tre anni di stipendio.

Di Maio e Di Battista (Ansa)

I DUE MOMENTI CHIAVE - Dopo lo scontro tutto tace. Di Battista ha ribadito la sua posizione anche dopo la durissima replica di Grillo, che lo ha sbeffeggiato paragonandolo ai terrapiattisti. E prepara le prossime mosse per fare lo sgambetto a Conte.

La deflagrazione potrebbe arrivare in due momenti chiave. Primo, il Mes. Il premier ha detto che sarà il Parlamento a decidere se usufruire del prestito da 36 miliardi a zero condizioni (se non quella di utilizzarli per spese sanitarie) e tassi d'interesse bassissimi. Il Movimento non ha mai fatto mistero di non volerlo utilizzare, d'altronde contro il Mes aveva scatenato una vera e propria crociata, ma si fa strada uno scambio tra il sì al Mes e la revoca delle concessioni autostradali ai Benetton. Grande mediatore è Giuseppe Conte. E qui il politico-reporter è pronto a scatenare la guerra.

Secondo, la regola dei due mandati. Ben presto bisogna decidere per i sindaci in scadenza, e poi toccherà farlo anche per i parlamentari. Sempre più voci si sollevano per derogare, o abolire del tutto la norma che manderebbe in pensione molti esponenti importanti del Movimento. Come si comporterà Di Battista, che di mandato ne ha fatto solo uno e confermando la regola si libererebbe di molti rivali?
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