L’arrivo in Senato del Disegno di legge delega per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale ed ospedaliera, ci fornisce lo spunto per fare alcune riflessioni sullo stato del Sistema Salute sia italiano che regionale. Nell’ottica di un corretto rapporto con le regioni, il Governo si fa carico, con questa delega, di rivedere l’organizzazione territoriale e ospedaliera, alla ricerca di una maggiore integrazione fra le due realtà. Si prefigge anche lo scopo di rivedere l’organizzazione del Servizio sanitario nazionale.

E ciò come derivato dalle tre riforme: la 833 del 78, la 502 del 92 e la 229 del 99. L’obbiettivo è certamente ambizioso e meritorio, anche se di non facile realizzazione. I punti qualificanti di questa riorganizzazione sono: il potenziamento dell’integrazione ospedale territorio; l’introduzione di due nuove tipologie di ospedali (gli ospedali di terzo livello e gli ospedali elettivi per acuti ma senza Pronto Soccorso); l’implementazione delle reti tempo dipendenti; il miglioramento dell’assistenza in regime residenziale e semi-residenziale; la definizione di nuovi standard per le cure palliative; interventi nell’ambito della salute mentale, neuropsichiatra infantile, assistenza carceraria e dipendenze patologiche.

Quello che desta rilevanti perplessità rispetto ad un così ambizioso progetto, è la scarsa consistenza del sostegno finanziario dedicato. Se infatti si eccettuano le risorse attribuite alle nuove tipologie di ospedali, per tutti gli altri punti sembra si ripercorra la strada già tracciata con il DDL delega sulla farmaceutica, cioè l’invarianza finanziaria. La problematica della scarsità di risorse la ritroviamo, peraltro, anche nel DDL delega per il riordino delle professioni sanitarie, tra i cui emendamenti, recentemente presentati, si prevede, per la dirigenza medica, una sorta di intramoenia diffusa ed il superamento del vincolo delle incompatibilità. Cioè, si continua ad aggirare il problema della giusta remunerazione per un impegno orario che garantisca una accettabile qualità della vita e che sia svolto solo nell’ambito del sistema pubblico, consentendo di prestare la propria opera anche presso le strutture private convenzionate. Questo rischia di rendere ancora più squilibrato l’attuale sistema nel quale i privati convenzionati già oggi possono usufruire delle prestazioni dei pensionati che invece sono precluse al pubblico.

Va inoltre considerato che alla luce della sentenza della Consulta a favore della Regione Sicilia, le regioni che provvedono in proprio alla spesa sanitaria possono aumentare i rimborsi ai privati convenzionati, il che consente di aumentare già oggi la loro capacità di incidere sull’abbattimento delle liste d’attesa. Consistenti risorse finanziarie aggiuntive sono necessarie anche per la promozione della salute, un pilastro fondamentale della Prevenzione, come risulta anche dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031.

Per implementare la promozione della salute, sono necessari investimenti in formazione ed una programmazione che istituisca percorsi di prevenzione costruiti assieme con tutti i portatori di interessi: associazioni di cittadini, associazioni di pazienti, organizzazioni del terzo settore e di tutti quegli ambiti che nella società si occupano di secondo welfare, mobilità sostenibile, rigenerazione urbana e tutto ciò che può essere inquadrato nell’ottica della Salute in tutte le politiche. Alla luce delle molteplici problematiche fin qui esposte, è lecito domandarsi se e come può una regione come la Sardegna, in stallo da oltre due anni e con nessun orizzonte di stabilità politica, operare attivamente per migliorare le ormai critiche condizioni del nostro Sistema Sanitario.

Mario Nieddu

Già assessore regionale alla Sanità

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