N on voglio sopravvivere in un mondo in cui sia impossibile per le persone farsi comunità. In periferie allontanate dalla pulsazione della vita, in cui il neo-liberismo abbia compiuto il misfatto della frantumazione delle classi per alimentare solo un sottoproletariato indifferenziato e senza speranza.

Non voglio sopravvivere nella scomparsa: delle fasce medie, della borghesia, dello stato sociale, del socialismo nobile e illuminato, della solidarietà, di un futuro possibile svincolato dalle oligarchie locali e transnazionali, dei grandi cambiamenti che la tecnologia ancora permette e distribuisce. Non voglio sopravvivere in un ambiente privo di giovani e di esempi positivi, di ricerca e studio, di talenti, di cultura e gioia.

Il tradimento compiuto da certa sinistra per motivi di sopravvivenza biologica e il suo conformarsi al capitalismo estremo, quello finanziario, il meno etico, il più virtuale e velenoso, stanno devastando il territorio. Sia i sostenitori storici di un'utopia sociale, sia gli avversari si trovano di fronte un mostro cangiante e difficilmente definibile, ieri preda non di un'ideologia ma del “desiderio di essere proletariato”, Malraux dixit, oggi dello spasmo bulimico di “essere un'élite”, di guardare dall'alto un mondo in disgregazione sentendosene staccati, non colpevoli e non infetti.

Come dice Cacciari, la sinistra, nel suo tentativo di portarsi al centro e in alto, nell'Eliseo, si sta riducendo al centro storico. (...)

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