Per la prima volta dall'annuncio di Donald Trump di un accordo storico su Gaza il 31 luglio, due giorni dopo il loro faccia a faccia, Benyamin Netanyahu rompe il silenzio e annuncia ufficialmente la sua posizione sul piano del Board of Peace: «Israele respinge il documento dei 15 punti. L'Idf non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato dalle armi, pesanti e leggere». Non solo, boccia anche la prospettiva di uno Stato palestinese prefigurata dal piano: «Finché sarò premier, non ci sarà, né a Gaza né in Cisgiordania. Né “Fatahstan” né “Hamastan”».

Le parole pronunciate dal premier israeliano all'apertura della riunione di gabinetto hanno raccolto subito il plauso dell'ala oltranzista del governo: «Lo ringrazio per avere chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas», ha detto Betzalel Smotrich.

Dal campo però arrivano notizie diverse: la Radio militare riporta che due settimane fa, in concomitanza con la decisione di permettere l'ingresso nella Striscia delle prime truppe marocchine e ugandesi della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) - uno degli elementi del piano Trump -, il rango politico aveva approvato l'inizio dei lavori di ricostruzione in una 'zona pilota' a Rafah, che si trova nel perimetro della 'Linea gialla', tuttora sotto il controllo dell'Idf.

Si tratta del progetto che nel Centro di coordinamento civile-militare sotto l'egida del Centcom Usa, operativo dall'ottobre scorso nel sud di Israele, viene chiamato 'Rafah verde' ed è sovvenzionato prevalentemente dagli Emirati Arabi Uniti. Secondo Channel 11, in questa area lo Shin Bet, i servizi interni israeliani, intende evacuare per primi i membri delle milizie, armate da Israele, che hanno collaborato con l'Idf durante la guerra: i clan Abu Shabab, Doghmush, al-Astal, al-Mansi, che sono nel mirino dell'unità Sahm ('freccia') di Hamas.

«I primi abitanti della nuova Rafah saranno gli oppositori di Hamas, è nell'interesse israeliano», ha riferito una fonte dell'ufficio del premier all'emittente. Inoltre, a ridosso dell'area è già stato costruito un complesso che dovrebbe ospitare i primi 150 soldati di Rabat della Isf che a maggio avevano perlustrato l'area, dove in questi giorni circolano anche soldati Usa, come testimoniano video diffusi dalla zona.

Netanyahu non ha però ancora fatto l'altro passo indietro richiesto da Smotrich, ossia la revoca del nulla osta per l'ingresso dell'Isf a Gaza. Secondo i commentatori, su questo il premier difficilmente potrà sottrarsi alla volontà di Trump, anche se farà di tutto per frenare qualsiasi ritiro prima delle elezioni del 27 ottobre.

(Unioneonline)

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