Maduro in catene: «Sono io il presidente, mi hanno rapito». In aula anche la moglie, quei lividi sul volto
Seduto accanto al suo avvocato Barry Pollack, il legale che ha assistito Assange, si è avvalso di un interprete per rivolgersi alla corte«Sono il presidente del Venezuela» e «sono innocente, non sono colpevole». Mentre a Caracas la polizia spara colpi di avvertimento contro droni che sorvolano l'area intorno al palazzo presidenziale («Erano senza autorizzazione», dichiara una fonte ufficiale ai media) e la città si riempie di tank e militari, Nicolas Maduro appare insieme alla moglie Cilia per la prima volta davanti alla giustizia americana. «Sono stato rapito dalla mia casa a Caracas», ha cercato di spiegare al giudice. In tribunale lo hanno portato con i piedi incatenati e degli auricolari per la traduzione (non parla inglese): con indosso una camicia blu a maniche corte sopra una tuta kaki da detenuto, ha parlato in spagnolo. E durante l'udienza ha preso appunti e ha chiesto di poterli conservare.
Seduto accanto al suo avvocato Barry Pollack, il legale che ha assistito Juliane Assange, Maduro ha ascoltato con attenzione e si è avvalso di un interprete per rivolgersi alla corte. «Il mio lavoro è assicurare un processo giusto. Ed è mio intento svolgerlo», ha esordito il giudice Alvin Hellerstein aprendo i lavori prima di leggere una versione breve dei quattro capi di accusa mossi contro Maduro, dal narco-terrorismo al possesso di armi. «È la prima volta che ho in mano l'incriminazione» e «preferisco leggermela da solo» ha risposto l'ex leader del Venezuela declinando l'offerta di una lettura pubblica arrivata dal giudice.
Con voce chiara e scandendo le parole quasi in segno di sfida l'ex leader del Venezuela si dichiarato non colpevole. Poi, seduto con le braccia appoggiate ai braccioli, ha ascoltato le accuse mosse nei confronti della moglie. «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente», ha detto Cilia Flores. La donna è apparsa più provata del marito: sulla fronte aveva un cerotto e dei lividi vicini all'occhio destro. Quando si è alzata per dichiararsi non colpevole, si è appoggiata a un agente federale per essere sostenuta. Il suo legale, Mark Donnelly, ha spiegato al giudice che la sua assistita ha problemi di salute che meritano attenzione e che potrebbe avere una frattura a causa della cattura. A parlare di problemi medici è stato anche Pollack, gettando così le basi - secondo gli esperti - per chiedere il trasferimento in un carcere meno duro rispetto al Metropolitan Correctional Center di Brooklyn, dove attualmente è detenuta la coppia.
In un assaggio della strategia legale che potrebbe seguire, Pollack ha definito Maduro il capo di uno stato sovrano e ha osservato che «ci sono dubbi sulla legalità del suo rapimento da parte dei militari». Al momento, ha aggiunto, Maduro non cercherà la libertà su cauzione ma potrebbe farlo in futuro. L'udienza si è chiusa dopo meno di un'ora con il giudice che ha fissato il prossimo appuntamento il 17 marzo. Uscendo dall'aula, Maduro in spagnolo si è detto un «prigioniero di guerra». Fra i presenti in aula, qualcuno gli ha urlato che avrebbe pagato per i suoi reati. Il leader del Venezuela lo ha guardato e gli ha risposto che è il presidente del suo Paese e che riconquisterà la sua libertà. Ad attenderlo fuori dal tribunale un imponente schieramento di forze dell'ordine per riportarlo dietro le sbarre, ma anche un centinaio di manifestanti che chiedeva il suo rilascio.
«Giù le mani dal Venezuela», era uno dei tanti cartelloni sventolati insieme alle bandiere venezuelane. Lo show in aula è andato in onda dopo la riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell'Onu, che ha visto gli Stati Uniti impegnati a difendere la loro operazione, e mentre a Caracas era riunita per la prima volta dalla cattura di Maduro l'assemblea nazionale, durante la quale il figlio dell'ex leader ha dato il suo sostegno a Delcy Rodriguez prima del suo giuramento. Nelle mani della presidente ad interim c'è il destino di quello che resta del regime di Maduro. Descritta come spietata e ambiziosa, oltre che manipolatrice, Rodriguez camminando sul filo del rasoio ha teso la mano a Donald Trump: «Lavoriamo insieme per la pace e il dialogo», ha detto. «Sta collaborando», ha replicato il presidente americano lasciando trapelare quell'ottimismo che regna all'interno della sua amministrazione su un possibile dialogo.
Nonostante le iniziali critiche di Rodriguez, considerate più un'operazione di facciata per tenersi buoni i fedelissimi che una presa di posizione, la Casa Bianca continua a preferire una tecnocrate alla premio Nobel Maria Corina Machado, ritenendo più facile controllarla e gestirla. Una posizione che spinge molti critici a parlare di un «governo fantoccio» per il Venezuela, con Rodriguez che continuerà l'oppressione e resterà al potere e Trump che metterà mano su quello che era il vero obiettivo dell'operazione: il petrolio. Machado confida comunque nella transizione e ringraziando Trump per la «determinazione» si dice convinta che la «libertà del Venezuela è vicina e presto celebreremo la nostra terra». Nessun riferimento alle parole che il tycoon ha usato nei giorni scorsi per negarle il sostegno, mentre i più malevoli sottolineano l'irritazione di The Donald per quel Nobel che non è andato a lui ma all'oppositrice.
(Unioneonline)