La situazione in Medio Oriente, con la crisi scatenata dall’attacco all’Iran sferrato da Stati Uniti ed Israele in via unilaterale, all’insaputa degli alleati (quanto meno ritenuti tali) europei, pongono non pochi interrogativi sulla consistenza e persistenza dei rapporti tra Washington e Bruxelles.

Per la giornata di oggi, dovrebbe essere convocato il Consiglio Affari Esteri a Bruxelles proprio per discutere del contegno da assumere con riguardo alla situazione nello Stretto di Hormuz. La formazione di una risposta unitaria europea sarebbe la soluzione maggiormente auspicabile, soprattutto ove la stessa riflettesse quale suo contenuto sostanziale la piena affermazione di un sovranismo europeo finalmente autoreferenziale contrapposto nell’interesse primario a quello americano.

“Europa First” insomma, per dirla alla Donald. Ma il punto non è solo quello, e per così dire, di “fare gli europei”, che già sarebbe cosa buona e giusta. Il punto è anche quello, perlomeno così sembrerebbe (l’utilizzo della formula ipotetica si impone), di far emergere, sempre in seno al superiore sovranismo europeo, quella percentuale di rispettivo sovranismo nazionale di cui ciascuno Stato Membro dispone, utile a favorire la crescita dell’Unione nel suo complesso al netto delle storiche alleanze. Per dirla più semplicemente. I singoli governi nazionali dei Paesi Membri dell’Unione Europea, ad oggi, potrebbero prendere le distanze dall'amministrazione di Donald Trump? Quali conseguenze ne deriverebbero? Per dirla ancora più semplicemente: in un contesto geopolitico globale, all’interno del quale la guerra sembra affermarsi prepotentemente quale mezzo privilegiato di ridefinizione delle sfere di influenza, è auspicabile l’affermazione di singole posizioni nazionali autonome e contrapposte rispetto all’operato americano finalizzate alla conservazione e riaffermazione di regole e valori condivisi improntati al divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali?

L’interrogativo non dovrebbe essere considerato contrastante con l’aspirazione alla affermazione di sovranismo europeo univocamente condiviso, siccome quello stesso sovranismo europeo sarebbe comunque il frutto ed il risultato concorde dei singoli sovranismi nazionali espressione dei ventisette Paesi Membri. Piuttosto la risposta affermativa a quell’ultimo interrogativo potrebbe rappresentare la contropartita al tentativo dell’affermazione del principio del “dividi et impera” che parrebbe caratterizzare l’agire del Tycoon. Ossia la affermazione di una strategia politica e militare finalizzata alla conservazione del potere frammentando alleanze e opposizioni per renderle maggiormente controllabili. Lusingare taluni Paesi Membri e contestarne altri (quali a titolo esemplificativo recente la Spagna di Sanchez) sembrerebbe rappresentare un esempio pratico di siffatto intendimento. Questa perlomeno la impressione che sembrerebbe ritrarsene. Certamente, nell’ipotesi in cui l'Italia, o qualunque altro Paese Membro decidesse di farlo, porrebbe automaticamente in essere una complessa quanto articolata operazione diplomatica, proprio in considerazione degli storici legami culturali, politici e strategici.

Le soluzioni potrebbero essere differenti, e potrebbero passare sia attraverso il rafforzamento dell'asse con l'Unione Europea e la difesa del multilateralismo valorizzando le funzioni delle organizzazioni internazionali come ONU, NATO, OMS, che l'amministrazione Trump spesso tende a disconoscere o a indebolire. Neppure sarebbe utile recidere le relazioni con la Cina nonostante le pressioni di Washington per interrompere i rapporti con Pechino siccome l'Italia, ed il resto dei Paesi Europei, potrebbe (ro) mantenere una propria politica commerciale indipendente, gestendo i rapporti economici in base ai propri interessi.

Il tempo offrirà le risposte. Per ora l’interesse primario è evitare che le oscillazioni economiche causate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz si riverberino in danno dei cittadini.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

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