«Eravamo in saletta a guardare la televisione e siccome io ero uno dei pochi che non fumava dissi a un marinaio di andare ad aprire due oblò per far circolare l'aria. Come il ragazzo aprì il primo oblò, mi disse: “Nostromo fuori c'è la nebbia”. Così andai a controllare e delle luci di centro nave si vedeva appena appena il bagliore, cioè eravamo in mezzo alla nebbia. Non feci in tempo a arrivare a sedermi, non riuscii neanche che successe il patatrac». Così, audito oggi dalla Commissione d'inchiesta Moby Prince, il ricordo del nostromo della nave Agip Abruzzo, Vittorio Ruggiero, sul disastro navale nel porto di Livorno il 10 aprile 1991, che fece 140 vittime. Parole che richiamano una possibile causa della strage che era stata esclusa da perizie e testimonianze.

«In men che non si dica», ha proseguito parlando alla Commissione, «eravamo già fuori con le manichette per combattere contro le fiamme che si erano propagate. Eravamo già riusciti a domarle, poi ci fu un ritorno di fiamma che non siamo più riusciti a contenere».

Allora, ha proseguito,  «mi fu dato l'ordine di andare a prua per andare a salpare l'ancora. Andammo io, sicuramente venne con me il terzo ufficiale e due, tre persone per uscir fuori da quelle fiamme. Ma non toccammo niente perché ci fu contrordine di tornare indietro» e «prima che io arrivassi a poppa ci fu dato l'ordine di abbandonare la nave, le fiamme erano sotto l'aletta del comando del ponte».

L'ex nostromo ha poi aggiunto che insieme agli altri marittimi andarono «alla scialuppa. C'eravamo tutti, mancava solo il comandante», che «era alla cassaforte a prendere dei documenti, da mettere in una cartella. Io a un ragazzo dissi di prendere i libretti da una cassetta e li salvammo».

Successivamente il nostromo ha ricordato di aver ammainato lui «la scialuppa con il personale a bordo. Io li raggiunsi dalla biscaglina», o biscaggina, «poi arrivammo ai rimorchiatori che ci presero a bordo».

Vittorio Ruggiero, raccontando i momenti precedenti e immediatamente successivi l'impatto del Moby Prince, nel corso dell'audizione oggi in Commissione parlamentare di inchiesta, ha riferito che successivamente il «comandante mi disse di rimanere a Livorno per mettere la nave in sicurezza col prodotto che c'era a bordo e che era da scaricare». Mentre «andavamo con la motobarca alla nave c'era brezza da ponente e mi ricordo che la prua era dritta allo squarcio causato dall'impatto fra Agip Abruzzo e Moby Prince». 

Quella nebbia, ha anche detto il nostromo «non era una nebbia che prendeva tutta la rada di Livorno, c'erano tocchi di nebbia, un tocco qui un tocco là, questo è un fenomeno che ho notato solo a Livorno. Non c'era un blocco» unico «di nebbia, ma qua e là».

Nel corso dell'audizione il nostromo Ruggiero ha detto di ricordare che aveva saputo che alla fonda c'era un'altra nave dell'Agip ma non ha saputo dire con precisione il nome, forse Agip Napoli. Su un episodio - emerso in passato nel corso delle ricostruzioni - di una bettolina di cui era stato detto che si era avvicinata e poi si era allontanata all'Agip Abruzzo, «non lo posso dire perché ero in saletta tv» ma «mi avrebbero dovuto avvisare su qualsiasi natante che doveva venire all'Agip Abruzzo e ormeggiare. Sono sicuro che non mi fu dato nessun ordine di far ormeggiare una bettolina». 

(Unioneonline)

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