Caso Regeni, Tajani: «Condannate tre persone, non l’Egitto». La famiglia chiede di interrompere i rapporti col Cairo
Tre 007 condannati per aver sequestrato il ricercatore portandolo in una struttura in uso ai servizi segreti. La sentenza dei pm capitolini si ferma qui: «Grande risultato, nonostante l’omertà delle autorità egiziane»(Ansa-Bazzi)
Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«C'è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado: c'è stata una condanna, non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone».
Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sul caso Regeni, dopo la condanna di tre 007 egiziani e la richiesta dei genitori del giovane ricercatore torturato e ucciso di interrompere i rapporti col Cairo: «È stato deciso che sono colpevoli, vedremo quello che succederà in secondo e in terzo grado, però c'è stato un omicidio, quindi è stata una cosa non accettabile», ha aggiunto Tajani rispondendo poi a chi chiedeva se c'è stata collaborazione da parte del governo egiziano. «Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione, sono stati condannati e la giustizia farà il suo corso».
Ieri è arrivata la sentenza con tre condanne a dieci anni, per il solo sequestro di persona e non per l’omicidio, e l’assoluzione di un quarto imputato.
Una sentenza, quella emessa dai giudici della prima Corte d'Assise di Roma nei confronti di quattro 007 egiziani, accolta dai genitori del ricercatore, Paola e Claudio, e dalla sorella Irene, con dignità e senza lasciar trasparire emozioni. «È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri».
I giudici hanno di fatto stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo e portato in una struttura, una villetta nella periferia della capitale, nella disponibilità dei servizi segreti. Qui si ferma la sentenza dei giudici. Su come Giulio venne ucciso, sulle torture subite, l'Assise afferma sostanzialmente che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l'uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l'ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. A tutti e tre sono stati inflitti 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse.
«L’impianto accusatorio ha retto», ha commentato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, che sottolinea il risultato raggiunto «nonostante una collaborazione non proficua da parte delle autorità egiziane».
All'esterno del tribunale era presente la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha abbracciato i genitori di Giulio. «Nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano. Nessuno potrà più negarlo. E di questo bisogna prendere atto e agire di conseguenza».
Matteo Renzi ricorda che sulla vicenda del ricercatore «non c'è nessuno che può negare la responsabilità egiziana e chi lo nega nega la realtà, al netto delle sentenze. Il mio governo richiamò l'ambasciatore, ma per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l'Egitto è stato il governo Conte, poi Draghi e Meloni».
(Unioneonline)
