Caso Regeni: la condanna, i tempi per l’appello e i rapporti con l’Egitto
I genitori del ricercatore sequestrato, torturato e ucciso: «Il governo italiano dimostri che la dignità di un Paese non è negoziabile»Una prima storica sentenza arrivata dopo oltre dieci anni, ma per Giulio Regeni e i suoi familiari la strada della giustizia è ancora lunga, lunghissima quella della verità. La Corte d’Assise di Roma lunedì ha condannato a dieci anni tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani – Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed – per il sequestro del ricercatore friulano, mentre il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. È caduta invece l’accusa di omicidio nei confronti di Sharif. Una sentenza importante sul piano giudiziario, ma che non chiude il caso: i tre condannati sono stati processati in contumacia, si trovano in Egitto e il Cairo non li ha mai consegnati alla giustizia italiana.
E adesso che succede? I difensori d’ufficio dei tre condannati hanno già annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza. Prima dovranno essere depositate le motivazioni, attese tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, poi i legali avranno circa trenta giorni per presentare il ricorso. La difesa potrebbe inoltre chiedere un nuovo intervento della Corte costituzionale sulla possibilità di impugnare una sentenza quando gli imputati sono assenti e non hanno conferito una procura speciale ai propri avvocati. È un passaggio che potrebbe allungare ulteriormente i tempi. Secondo le previsioni, un eventuale processo d'appello potrebbe non iniziare prima di due anni. E pesa anche il tema della prescrizione: per il sequestro di persona il termine ordinario porterebbe alla scadenza nel 2028, anche se le sospensioni maturate durante il procedimento sposterebbero in avanti il termine, potenzialmente fino al 2030. Anche la Procura di Roma dovrà decidere se impugnare la sentenza. I magistrati hanno definito il verdetto un risultato storico, ma attendono le motivazioni per valutare le ragioni delle condanne per sequestro e dell'assoluzione del quarto imputato e, soprattutto, per stabilire se ci siano i presupposti per chiedere un nuovo giudizio.
C'è poi un ostacolo concreto: anche se la sentenza diventasse definitiva, i tre condannati non sono in Italia e l'Egitto non ha mai collaborato alla loro consegna. La condanna, dunque, non significa automaticamente che sconteranno la pena in carcere. Il processo italiano è riuscito ad arrivare alla sentenza nonostante l'assenza degli imputati, ma l'esecuzione della condanna resta legata alla possibilità di rintracciarli e di ottenere la loro consegna. La Corte ha inoltre stabilito provvisionali immediatamente esecutive: 200mila euro ciascuno per i genitori di Giulio, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile. Anche in questo caso sarà necessario fare i conti con la permanenza dei condannati in Egitto e con la mancata collaborazione delle autorità del Cairo.
Sul fronte diplomatico il governo Meloni non sembra orientato a interrompere i rapporti con il presidente Abdel Fattah al-Sisi. Al contrario, negli ultimi mesi Roma ha continuato a considerare il Cairo un interlocutore strategico su dossier come migrazioni, energia, Libia, Medio Oriente e stabilità del Mediterraneo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani – che a settembre era stato al Cairo per rafforzare il partenariato tra i due Paesi – ha sottolineato che sono state condannate tre persone e non «l'Egitto» come Stato, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso la scelta di mantenere aperti i canali diplomatici. «Abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo», ha spiegato la premier, aggiungendo che chiuderli rischierebbe di allontanare l'Italia dall'obiettivo di ottenere giustizia.
«Abbiamo avuto finalmente verità e giustizia, lunedì, in un'aula di tribunale, da una Corte che era l'unica legittimata a riconoscerle». Così intanto Paola e Claudio Regeni in un'intervista a la Repubblica. «Proviamo tanti sentimenti ed emozioni differenti tra di loro - sottolineano - non è stato facile metabolizzare e comprendere fino a fondo e nell'immediatezza la portata della sentenza». Secondo i genitori di Regeni «in tutti questi anni non si può certo dire che il governo del nostro paese ci abbia sostenuto nell'ottenere collaborazione dal regime egiziano. Collaborazione che in effetti non è mai esistita». Ora, sostengono, il governo italiano «dopo che è stata ottenuta giustizia, nonostante le sue precedenti 'inerzie', avrebbe l'occasione di riscattarsi, di dimostrare ai cittadini, con un reale moto d'orgoglio, che la dignità di un Paese non è negoziabile, e che la nostra democrazia non può costantemente essere presa in giro e messa in un angolo dall'arroganza di un regime. Anche se in quel regime ci sono riserve energetiche. Come abbiamo detto dopo la lettura della sentenza, l'Italia non può che prendere atto di quanto deciso dalla Corte d'Assise - aggiungono i Regeni -. Reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall'Avvocatura dello Stato e rompere i rapporti con un Paese che è lontano dall'essere sicuro, tanto che tortura e uccide anche i cittadini degli Stati amici». Infine Paola e Claudio chiedono di non rimuovere gli striscioni gialli dedicati a Giulio: «Chiediamo a tutti di tenere ai loro polsi i bracciali gialli, esposti ai loro balconi gli striscioni e di continuare a creare ed 'abitare' le panchine gialle, perché la giustizia, in una sentenza emessa in nome del popolo italiano, è stata scritta. Ma ora deve essere agita!».
(Unioneonline/D)
