Il carrello della spesa, le bollette, il carburante, gli affitti, i trasporti, la difficoltà a far quadrare i conti anche se si lavora o, peggio ancora, si campa di pensione: il carovita pesa su famiglie e lavoratori.

«Non è più un'emergenza passeggera, ma un problema strutturale», osserva Pier Luigi Ledda, segretario regionale della Cisl. E in Sardegna la crisi è più grave che nelle altre Regioni perché la condizione di partenza è già svantaggiata: retribuzioni inferiori alla media nazionale, già bassa rispetto agli altri Paesi industrializzati e soprattutto stagnante, occupazione discontinua e part-time involontario. A incidere sulla quotidianità dei sardi non è soltanto il livello delle paghe, ma anche il minor numero di giornate lavorate (nell’Isola il 72% contro una media nazionale del 78) e la maggiore diffusione del part-time involontario, soprattutto tra le donne.

«Si taglia sulle necessità». Per una famiglia con 1.500 euro mensili, l'aumento del carrello della spesa (+5,8%) significa circa 81 euro in più al mese: «Quasi mille euro in un anno, un'enormità per chi non dispone di risparmi o entrate aggiuntive», commenta Ledda. La segretaria regionale della Uil, Fulvia Murru, descrive una situazione che incontra ogni giorno nei luoghi di lavoro: lo stipendio finisce prima del mese e si comincia a risparmiare anche sulle necessità. In Sardegna, sottolinea, una parte consistente delle entrate viene assorbita dagli spostamenti, dall'energia e dalle difficoltà di accesso ai servizi.

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