Specie aliene e fitopatie: le nuove sfide per la flora del Parco di La Maddalena
Le piante sono state introdotte dall’attività dell’uomoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Non sono tanto, almeno per ora, i cambiamenti climatici a incidere sulla straordinaria ricchezza naturale del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena. A pesare maggiormente è piuttosto l’attività umana, passata e presente, che ha favorito l’introduzione di specie vegetali cosiddette aliene. Piante che, trovando condizioni ambientali favorevoli, si sono sviluppate fino a entrare in competizione con gli endemismi locali, talvolta in un delicato equilibrio, altre volte mettendo seriamente in difficoltà la flora originaria.
Di questo fenomeno ha parlato nei giorni scorsi, nel corso di una conferenza dell’UTE isolana, la biologa, Antonella Gaio, concentrando l’attenzione soprattutto sulle specie invasive che rappresentano una minaccia per la biodiversità dell’Arcipelago, in particolare per le isole di Maddalena e Caprera. Un problema che si aggiunge alla crescente diffusione delle fitopatie, malattie che colpiscono alcune delle piante simbolo della macchia mediterranea — pini, lecci, ginepri e lentischi — a causa di parassiti fungini.
Si tratta di fenomeni che, in alcuni casi, stanno manifestandosi anche con una certa intensità. Tuttavia è importante precisare che, almeno per il momento, non compromettono il complessivo buono stato di salute della flora del Parco, che resta generalmente positivo pur mostrando alcune criticità.
Tra le specie invasive più diffuse figurano il Carpobrotus, noto anche come Fico degli Ottentotti, l’Agave americana e l’Acacia saligna. Il Carpobrotus fu introdotto alla fine dell’Ottocento durante la costruzione delle fortificazioni militari nell’arcipelago, apprezzato per la sua capacità mometizzanti e per la straordinaria resistenza su terreni aridi e rocciosi. Negli ultimi anni il Parco nazionale, insieme ad atenei come l’Università di Cagliari, ha avviato interventi di parziale estirpazione per favorire il ripristino degli endemismi.
Tra le specie più problematiche vi è anche l’Acacia cianofilla, «un alberello molto diffuso, introdotto diversi anni fa quando si procedette alle prime riforestazione sulle isole. È una pianta che ha una veloce riproduzione, non fa crescere più le piante della macchia mediterranea dove presente. Produce tantissimi semi che, quando passa un incendio, addirittura germinano».
Non meno insidiosa è «l’asparagus asparagoides, che si arrampica sui nostri lentischi e sulle nostre piante della macchia mediterranea e tende a soffocarle». Tra le specie segnalate compare anche la Chasmanthe bicolor.
Nelle isole minori, da Budelli a Santa Maria a Spargi a Razzoli o Santo Stefano, «la situazione appare complessivamente migliore, anche se, anche lì, abbiamo il Carpobrotus e ci sono delle piccole aliene che come Parco stiamo studiando ma che sono meno visibili, molto piccole». Tra queste il Bottoncino d’oro.
Un caso particolare riguarda l’isola di Budelli, dove si è presente il Falso papiro o Cyperius alterniforius, una pianta australiana che vive con le radici nell’acqua. «Introdotta non solo perché molto bella ma anche ornamentale che assorbe l’acqua anche da stagni pozzanghere ma è una pianta aliena invasiva, riesce a propagarsi dell’acqua e va ad occupare tutto lo spazio lo spazio presente ed è di difficile eradicazione perché ha le radici che vanno molto in profondità». La specie prospera nei piccoli compluvi a ridosso delle spiagge, in ambienti di acqua dolce o salmastra.
Nonostante queste criticità, il quadro generale resta rassicurante. I fenomeni descritti sono monitorati e, almeno per ora, non compromettono il complessivo buono stato di salute della flora del Parco, che continua a rappresentare uno dei più importanti scrigni di biodiversità del Mediterraneo.
