Le carte sono rimaste chiuse per anni in un cassetto. Un silenzio assordante. Numeri pesanti come macigni tenuti sotto traccia. I riflettori tutti puntati sui possibili reati ambientali nella zona industriale di Macchiareddu. L'inchiesta, però, non riguardava l'Eni e la sua Conti Vecchi S.p.A. che in quell'area, oltre alle saline omonime, gestiva e gestisce l'impianto di cloro-soda. Il piano di monitoraggio straordinario dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale, l'Arpas, però, ha passato al setaccio ogni buco di quello sterminato territorio votato al degrado e all'inquinamento. I tecnici dell'Arpas hanno messo sotto esame le matrici ambientali di tutta l'area industriale tra Cagliari, Assemini e Capoterra. L'obiettivo era quello di scovare ogni inquinamento, dai suoli alle falde idriche. La mappa è dettagliata. Un reticolo che dallo Stagno di Santa Gilla si è spinto sino al deposito costiero, quello davanti al pontile che trafigge il Golfo degli Angeli, all'altezza del confine tra Cagliari e Capoterra. Decine e decine di punti di prelievo dell'acqua nel sottosuolo. I risultati sono blindati in una tabella di anonime e complesse sigle chimiche. Gli incroci devono avvenire tra i punti di analisi sul terreno e i numeri identificativi del prelievo.

Cerchio rosso

Un dato è certo, quei valori cerchiati di rosso sono tutti concentrati davanti allo stabilimento dell'Eni. L'Arpas li attribuisce proprio all'area antistante gli impianti Syndial, ovvero la società al 100% dell'Eni che deteneva lo stabilimento sino alla cessione all'ultima controllata dell'Ente di Stato, la Conti Vecchi S.pa. La partita ambientale è oggi cruciale in uno dei passaggi più delicati della vicenda industriale del polo di Macchiareddu. L'Eni si accinge, se nessuno la fermerà, a lasciare gli impianti ad una società senza storia e senza produzione. A subentrargli dovrebbe essere, se nei prossimi giorni verranno perfezionati gli atti, salvo colpi di scena, la Società Chimica Assemini, nata tre mesi fa per portare a casa l'operazione Macchiareddu. E' evidente che si tratta di questioni delicatissime, non solo strategiche, per il futuro del polo chimico legato alle Saline di Santa Gilla. Il tema più delicato è quello ambientale. Chi le farà? Con quali denari? E in quali tempi? Il passaggio di proprietà, senza una preventiva definizione di ogni singolo dettaglio delle responsabilità ambientali, rischia di diventare un salto nel buio, lasciando ancora una volta alla Regione il cerino dell'inquinamento in mano. E' per questo motivo che in queste ore tutti coloro che hanno responsabilità di governo sull'ambiente aprono i cassetti per fare luce sull'inquinamento di quell'area industriale. Il documento è un colpo duro. I dati sono sconvolgenti. Dall'ultima analisi dettagliata redatta dall'Arpas, nel 2017, emergono parametri spaventosi su almeno due elementi killer, l'Arsenico e il Tricloroetilene, tutti definiti cancerogeni e in alcuni casi letali. Il campionamento è delicatissimo, occorre evitare alterazioni dei parametri. I punti di prelievo dei campioni per questo motivo vengono prima spurgati per evitare azioni di disturbo sulla consistenza reale dell'inquinamento nella falda. Quando nei laboratori di analisi si esaminano i campioni dei pozzi contraddistinti con i numeri identificativi 270, 571, 572, 581 e soprattutto 584 si capisce il disastro. I primi quattro campioni sono stati prelevati davanti allo stabilimento chimico dell'Eni, mentre il 584 è sulla dorsale consortile.

Lo choc dei risultati

I risultati sono uno choc: superano di quasi 300 volte le soglie di concentrazione di contaminazione. Il tricloroetilene fa parte di quegli elementi attribuibili proprio alla lavorazione chimica definito tossico e cancerogeno. Il valore della soglia di contaminazione di riferimento è di 1,5 microgrammi litro mentre intorno allo stabilimento si raggiungono punte di 443,56 microgrammi litro. Parametri alle stelle, confermati sulla dorsale del consorzio industriale, quella che attraversa l'intera zona industriale, con 412 microgrammi litro anziché 1,5. Una presenza in quel punto che lascia comprendere quanto quell'inquinante viaggi indisturbato nelle falde idriche sotterranee. A tutto questo vanno aggiunti i parametri dell'Arsenico. Nel pozzo di prelievo davanti allo stabilimento chimico dell'Eni, il numero 571, sono stati rilevati 55 microgrammi di arsenico a litro, più di 5 volte rispetto al consentito. Un dato, poi, è impressionante: i valori rilevati di tricloroetilene sono balzati sulle vette dal 2016 in poi. Il grafico che pubblichiamo, elaborato dall'Arpas, inchioda le responsabilità temporali.

Inquinamento cresce

Se bonifiche ci sono state hanno prodotto un risultato contrario facendo crescere a dismisura l'inquinamento di quel prodotto definito cancerogeno e tossico. Dunque la partita ambientale resta centrale nell'operazione di dismissione che l'Eni sta portando avanti con la vendita dell'ultimo impianto chimico di Macchiareddu. La fuga dell'Ente di Stato e la mancata puntuale definizione delle responsabilità sull'inquinamento e le bonifiche future rischia di lasciare un buco nero in un territorio già devastato. Le ripercussioni, come dimostrano quei dati, però, non sono circoscritte e i flussi idrici del sottosuolo rischiano di trasformare quell'inquinamento in un disastro ambientale senza precedenti. A questo si aggiunge la grande indignazione nell'opinione pubblica sarda per il contenuto della lettera choc che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi con la quale si denunciava l'atteggiamento dell'Eni che avrebbe venduto agli spagnoli il sale sardo negandolo agli imprenditori locali. Sotto accusa c'è il carico della nave Froland, un general cargo che naviga sotto bandiera della Antigua & Barbuda. Un carico di sale che sarebbe stato venduto dalla società dell'Eni per 7 euro a tonnellata agli spagnoli dell'Atlantic Trade & Export, a fronte di ben 25 euro con i quali lo avrebbero pagato gli operatori sardi.

Zero garanzie

E, intanto, sale alle stelle la tensione tra lavoratori e l'ente di Stato. La trattativa si è fermata. L'Eni si rifiuta di fornire garanzie occupazionali. La cessione alla Società Chimica Assemini rischia di essere sempre di più un salto nel buio. Per i lavoratori si tratterebbe di passare da una società con 70 miliardi di fatturato ad una con zero. Gli intrighi internazionali, societari e commerciali sul sale di Santa Gilla sono appena agli inizi.

Mauro Pili
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