Washington. Un accordo tra Stati Uniti e Iran, sia pure di massima, non è mai sembrato tanto vicino. Almeno stando ai febbrili movimenti diplomatici che ieri si registravano a Teheran, dove nelle scorse ore sono confluiti tutti i mediatori, a cominciare dal Pakistan, per tentare di finalizzare una prima intesa che dovrà poi aprire la strada a ulteriori negoziati e a un accordo definitivo.
Teheran cauta
Per il secondo giorno consecutivo, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha parlato di «lievi progressi» nei colloqui e di «un leggero miglioramento», manifestando tuttavia prudenza perché «c’è ancora lavoro da fare», e invitando a immaginare «un piano B qualora l’Iran non riaprisse lo Stretto di Hormuz». Anche la Repubblica islamica frena: «Non possiamo necessariamente dire che un accordo sia imminente», ha fatto sapere il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Bagaei (nominato di fresco anche portavoce della squadra negoziale iraniana), spiegando che, nonostante gli scambi con il capo dell’esercito e negoziatore pachistano Asim Munir, volato a Teheran, siano diventati «più frequenti», questi «rappresentano la continuazione dello stesso processo diplomatico».
«Prossime ore»
Ma, oltre al Pakistan, a premere per limare le divergenze tra le parti sono anche i Paesi arabi: Arabia Saudita, Emirati e Qatar in pressing su Donald Trump perché non riprenda la guerra, con il rischio di nuovi attacchi iraniani contro il loro territorio, e sull’Iran perché riapra il cruciale tratto di mare che schiude il Golfo Persico - e le vie del petrolio - al resto del mondo. Per la prima volta, ha riferito la Reuters, anche Doha, in coordinamento con gli Stati Uniti, ha inviato una propria delegazione a Teheran per contribuire a raggiungere l’accordo. Proprio i media arabi - sauditi ed emiratini - hanno rivelato quella che dovrebbe essere la bozza finale dell’intesa che potrebbe essere firmata «nelle prossime ore» per entrare «in vigore subito dopo l’annuncio ufficiale da entrambe le parti».
Testo brevissimo
Secondo Al Arabyia, il documento sarebbe di una sola pagina e dovrebbe chiamarsi Dichiarazione di Islamabad, come riconoscimento al ruolo del Pakistan. Il testo prevede l’immediato cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz alla libera navigazione, la non ingerenza negli affari interni (gli ayatollah non vogliono più interferenze sulla gestione delle proteste anti-regime), un meccanismo congiunto di monitoraggio dell’accordo, l’impegno ad avviare entro sette giorni «le questioni in sospeso». Da questa prima intesa, ritenuta appunto «ad interim», resterebbero esclusi i principali nodi del contendere: il programma nucleare iraniano e quello missilistico, che dovranno essere affrontati in un secondo momento (entro 30 giorni, secondo la lettera di intenti che Washington ha inviato nei giorni scorsi a Teheran, ma spariti dall’ultima bozza trapelata). Sul principale dossier, quello più complesso, vitale sia per la Repubblica islamica che per Israele, gli Usa continuano a ripetere che «l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari», ma entrambe le parti mantengono ferme le proprie posizioni, soprattutto sul destino dell’uranio altamente arricchito utile a produrre la bomba atomica: la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha ordinato che resti nel Paese, Trump vuole gestirlo negli Stati Uniti e Vladimir Putin si è offerto di trasferirlo in Russia. La Repubblica islamica vuole «disperatamente raggiungere un accordo. Vedremo», ha insistito il presidente americano. A segnalare che si tratta di ore cruciali è anche la rinuncia del tycoon, in attesa di risposte da Teheran, a partecipare al matrimonio del figlio Donald Jr nel fine settimana: «Anche se vorrei essere insieme a mio figlio - ha ribadito – è importante che resti alla Casa Bianca».
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