L'ultima provocazione di Itamar Ben Gvir, il video con gli attivisti della Flotilla ammanettati e in ginocchio, è stata forse la più classica delle gocce che ha fatto traboccare il vaso. A Bruxelles l'atmosfera è sensibilmente cambiata. Ed è apparso, ormai, come restare immobili sia sempre più difficile. È su questa base che diversi Paesi membri, su iniziativa dell'Italia, hanno formalmente chiesto all'Ue di lavorare ad una proposta di sanzioni per il ministro estremista. L'Alto Rappresentante Kaja Kallas ha accolto la richiesta. Gli uffici del Servizio di Azione Esterna lavoreranno ad una o più opzioni da qui al 15 giugno, quando il dossier finirà sul tavolo del Consiglio Affari Esteri. E il via libera unanime alla misura, questa volta, sembra alla portata. Tuttavia, perché si concretizzi la luce verde alle misure restrittive per Ben Gvir serve l'unanimità. I giochi non sono chiusi. La Germania, ad esempio, appare chiusa in uno scomodo silenzio. La Repubblica Ceca è tra i Paesi che più si sono opposti a sanzionare in qualsiasi forma Israele. L'Ungheria non ha più Viktor Orban ma le sue storiche relazioni con lo Stato ebraico non sono evaporate. Certo, in Europa il vento per il governo Netanyahu sembra davvero cambiato. La prossima settimana, innanzitutto, saranno formalizzate le sanzioni per i coloni violenti, approvate nell'ultimo Consiglio Affari Esteri. Poi potrebbe toccare a Ben Gvir. La richiesta di Roma, finita sul tavolo della riunione dei Rappresentanti Permanenti dei 27 (Coreper II) è stata appoggiata da diversi Stati. Parallelamente Italia, Regno Unito, Francia e Germania hanno formalmente domandato al governo israeliano «di porre fine all'espansione degli insediamenti, di garantire la responsabilità per la violenza dei coloni e di indagare sulle accuse contro le forze israeliane, di rispettare la custodia hashemita sui Luoghi Santi, e di revocare le restrizioni finanziarie all'Autorità Palestinese e all'economia palestinese». Tradotto: hanno chiesto a Bibi Netanyahu e al suo governo di destra di fermarsi. Ai 4 Paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione si sono subito aggiunti Canada, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia e Paesi Bassi. C'è chi, in Europa, è già andato oltre. Proprio nei Paesi Bassi il Consiglio dei ministri ha dato via libera all'embargo ai prodotti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. «Diamo un segnale, l'Europa faccia altrettanto», ha sottolineato L'Aja. L'Irlanda, con la ministra degli Esteri Helen McEntee, ha colto l'occasione del Consiglio Commercio per chiederlo ufficialmente ai 27. L'iniziativa acquisisce via via sostenitori, ma il via libera dell'Ue sembra lontano. Berlino si è sempre opposta, l'Italia, finora, ha fatto altrettanto.
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