Il caso

Tumore dopo le missioni all’estero Il Tar: «Il ministero lo risarcisca» 

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Nel 2006, a 34 anni, gli è stato diagnosticato un tumore. Il Viminale l’ha dichiarato “vittima del dovere”. Gli è già stato riconosciuto un equo indennizzo di oltre 50mila euro perché una commissione medica ha stabilito che si fosse ammalato per causa di servizio. Il Tar della Sardegna a febbraio ha sentenziato che il ministero della Difesa debba risarcirgli i danni. Ma il carabiniere Cesare Salvo residente a Uta, vent’anni dopo, deve ancora combattere per i suoi diritti: gli avvocati dello Stato - lo stesso Stato che ha servito in missione, ammalandosi - hanno deciso di impugnare il verdetto che gli dava ragione. Un provvedimento dei giudici amministrativi che aveva riconosciuto le responsabilità della Difesa per non aver adottato tutte le precauzioni in teatri nei quali si faceva uso di munizionamento all’uranio impoverito. Il ministero ha negato, e continua a farlo, ogni responsabilità e l’esistenza del legame di causa-effetto tra il servizio prestato e il cancro che gli ha stravolto la vita, gli ha fatto temere di morire e che l’ha reso invalido.

Il ricorso

Il carabiniere ha presentato ricorso al Tar nel 2022 attraverso l’avvocato Ezio Bonanni, che è anche presidente dell’osservatorio nazionale amianto. Nelle pagine depositate davanti al tribunale di piazza del Carmine a Cagliari viene ripercorsa la dolorosa vicenda. Salvo ha prestato servizio in varie stazioni della Sardegna, ma nella sua carriera ha partecipato anche a missioni in Kosovo, in Etiopia/Eritrea e in Albania. La diagnosi infausta risale al 2006. E secondo il ricorso la colpa è del ministero della Difesa: Salvo, si legge, ha «operato in contesti particolarmente contaminati con correlate plurime ed elevate esposizioni a radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, per effetto dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito, amianto, gas radon, benzene». La tesi sarebbe confermata «dall’avvenuto riconoscimento da parte dell’amministrazione della riconducibilità della patologia contratta all’espletamento del servizio in particolari condizioni ambientali ed operative». La malattia ha stravolto la vita del militare, che ha anche temuto di morire, vista la gravità della diagnosi. Per questo il legale ha chiesto al Tar di riconoscere le responsabilità della Difesa e l’erogazione di un indennizzo per i danni patiti.

Il Tar, spiegano dall’Ona, «ha considerato accertato che Salvo sia stato inviato anche in zone caratterizzate dall’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito e dalla presenza di ordigni bellici pesanti e rileva che, per quanto risulta dagli atti, abbia operato senza specifici mezzi di protezione e senza che fossero effettivamente adottate le necessarie misure di prevenzione». Inoltre, si legge nella sentenza, risulta «comprovata (...) la sussistenza di un nesso di causalità tra l'esposizione ai fattori contaminanti presenti nei contesti nei quali il militare si è trovato ad operare e la patologia tumorale contratta». La giurisprudenza amministrativa è consolidata: la Difesa non può limitarsi a negare che esista un nesso di causa-effetto tra attività dei militari e eventuali malattie ma deve, caso per caso, portare prove e documenti che lo escludano. E in questo caso non è successo. Il Tar ha intimato al ministero di procedere con la quantificazione del danno e con la conseguente liquidazione del dovuto. Succedeva a febbraio.

La battaglia

L’avvocato Bonanni, sulla base dei parametri indicati nella sentenza, ha calcolato che il militare dovrebbe ricevere oltre 262mila euro. Ma il ministero ha preso tempo: «Ha impugnato la sentenza», fanno sapere dall’Ona. La rivendicazione si sposta al Consiglio di Stato. «Per troppo tempo molti militari hanno dovuto combattere una seconda battaglia dopo essere tornati dalle missioni», spiega il legale, «prima contro la malattia e poi per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato. Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare anche al rientro». Pare non sia così.

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