Sul campo ha vinto tutto. Anche la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale. Poi Stefano Tacconi ha smesso di giocare. Ha investito per impiantare diverse attività imprenditoriali, è caduto e si è rialzato, come quando giocava e parava anche la luna con le maglie di Avellino, Juventus e Genoa. Fino al 2022, quando un aneurisma cerebrale ha bloccato le sue attività e comportato ingenti spese sanitarie e di riabilitazione, oltre ad averlo costretto ad affrontare un lungo periodo di coma. Tacconi ha ottenuto un alloggio popolare a Milano dopo aver attraversato serie difficoltà economiche e personali. Ma si è risollevato un’altra volta, con l’aiuto della moglie, Laura Speranza, e dei figli Andrea, Virginia, Vittoria e Alberto. Adesso gira l’Italia per presentare il suo libro, “L’arte di parare”, edito da Rizzoli, che fa tappa oggi alle 19.15 ad Arborea, nel teatro di piazza Maria Ausiliatrice, al Festival del libro sportivo organizzato da Ideario, sotto l’egida del giornalista Fabio Meloni: «Il libro racconta la mia vita da bambino, da adolescente e poi da ragazzo, da giocatore della Juventus e della Nazionale», dice Tacconi, 69 anni compiuti il 13 maggio. «Un percorso di esperienze che, a un certo punto, purtroppo, culmina con l’aneurisma e, in seguito, con l’ischemia arteriosa».
Come affronta la malattia?
«Di sicuro con grinta, ma anche con fatica. La vita me l’ha messa nel destino: non ha capito, però, chi ero. Per ora sono riuscito a parare anche lei».
Ora presenta il suo libro in giro per l’Italia.
«Vado dove mi chiamano, sempre con piacere. Il rapporto con la gente mi tiene vivo».
Ha ricevuto tanto affetto in questi anni, non solo dai tifosi della Juve.
«Sì, da tutti. In una misura così vasta che non me l’aspettavo. È stato quasi commovente».
Perché si è ammalato?
«Avevo uno stile di vita esagerato, di sicuro sbagliato. Ero perennemente in giro per lavoro, stavo sempre in macchina. Non mi fermavo mai e chiedevo troppo a me stesso. Alla fine l’ho pagata».
E ora?
«Penso solo a star bene».
Ha sofferto per aver smesso di giocare, quando ha appeso i guantoni?
«No, al tempo ho superato bene l’addio al calcio. Ho quattro figli, la famiglia e molti interessi. Ho senz’altro cambiato stile di vita, ma ho seminato bene: mi sono potuto godere quel che sono riuscito a costruire. Con la Juve ho vinto tutto, dalla Coppa Intercontinentale alla Champions, dalla Coppa delle Coppe alla Uefa. Poi scudetti, Coppa Italia e altri tornei. Non posso che stare bene per questo».
Sente ancora i compagni con cui ha condiviso quelle vittorie?
«Abbiamo una chat. E li incontro ogni tanto: è capitato da poco, in occasione dei quarant’anni della vittoria della Coppa Intercontinentale a Tokyo. Ed è stato un bellissimo momento: c’erano tutti, da Platini a Boniek, da Tardelli a Cabrini».
Lei ha vinto la Coppa dei Campioni all’Hysel.
«Fu terribile scendere in campo in quella partita, giocammo davvero con la morte nel cuore. Mi stavano distruggendo il sogno di una vita, il sogno che avevo da bambino».
Lei ha giocato anche nell’Avellino. Ricorda qualche compagno?
«Tanti. Uno era sardo, Mario Piga, che ogni tanto sento al telefono: è sempre a pesca. Ho bei ricordi di quegli anni. Il presidente dell’Avellino era il commendator Antonio Sibilia. Ce ne fossero oggi personaggi come lui. Era un calcio più umano, con più fantasia. Non c’erano solo giocatori forti. Oggi è tutto uno schema, conta solo il fisico».
Il calcio italiano si riprenderà il suo posto al tavolo delle superpotenze?
«Prima vanno cambiate un po’ di cose. Ci sono troppi stranieri nelle Primavere. Metterei solo italiani nei settori giovanili».
Quanto ci vorrà perché l’Italia torni a giocare un Mondiale?
«Penso parecchio tempo. Mancini è bravo, tra i migliori ct. Ma i giocatori sono quelli che sono».
Lei è stato un simbolo degli Anni Novanta.
«Ora però ho altro a cui pensare».
È stato sempre considerato un uomo di destra, perché?
«Avevo accettato di candidarmi alle Europee del 1999 con An. Tuttavia, è inutile che mi attacchino: sono sempre stato da quella parte, l’ho sempre detto e ne vado fiero. E ora sto con Giorgia Meloni».
Va a vedere le partite allo Juventus Stadium?
«Mi annoia guardarle, anche quelle della Juve. Mi annoia un mondo, ancora di più allo stadio. Perché la Juve torni grande ci vorranno anni, vale lo stesso discorso fatto per la Nazionale. Spero che Spalletti sia la persona giusta, l’allenatore in grado di imprimere la svolta» .
Quando Dino Zoff smise di giocare, la Juve pensò di acquistare Ivano Bordon. Alla fine però puntò su di lei, perché era il prospetto più giovane e brillante dell’epoca.
«Ho rischiato di andare al Napoli, anzi era tutto fatto. Boniperti chiamò Sibilia, al quale chiese non informazioni, ma esclamò: “Quel ragazzo deve venire da noi”. E Sibilia gli rispose: “Ma io l’ho già venduto al Napoli”. Finì che il presidente campano Ferlaino strappò il contratto e andai alla Juve. Il resto della storia è nota».
Lei ha avuto a che fare con Gianni Agnelli. Manca tanto al calcio una persona come l’Avvocato.
«Non ho un aneddoto da condividere in particolare. Di sicuro manca alla Juve».
In Azzurro ha conosciuto Gigi Riva.
«Certo, venne anche con noi dell’Olimpica, a Seul. Era una persona pacata, molto per bene».
Il suo rapporto con la Sardegna?
«Quando giocavo trascorrevo le vacanze in Costa Smeralda tutte le estati. Adesso torno per presentare il mio libro, ma mi tratterrò giusto due giorni, ad Arborea».
È mai stato accostato al Cagliari?
«È una piazza calda, mi sarebbe piaciuto. Poi vedo che sta facendo molto bene con i giovani. Se continua così credo che non ci saranno problemi per la salvezza».
Piuttosto, sa che il Sant’Elia, dove ha spesso giocato da avversario, è un rudere?
«È il segno dei tempi, ma sono sicuro che una municipalità importante come quella di Cagliari costruirà presto il nuovo stadio».
Che cosa ricorda di Cagliari da giocatore?
«Non era un campo facile, è sempre stata una squadra tosta, quella rossoblù. Mi ricordo di quando scendevo in campo al Sant’Elia con il Genoa e con la Juventus: anche quando abbiamo vinto, ce la siamo dovuta sudare».
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